Su INKROCI: The man in the high castle: qualunque sia il prezzo

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E’ uscito su INKROCI magazine un altro articolo della mia rubrica ‘Problemi d’identità seriale’.

Randall: E’ una scelta difficile, Frank. In entrambi i casi qualcuno che ami morirà.
Frank: O forse moriranno tutti.
Randall: Sono spaventati. Hanno paura che la pellicola possa far crollare tutto. Non importa in cosa credi. Non importa. Importa tanto quanto che tu creda o meno di essere ebreo. Non ti biasimerò se ti arrendi. E’ quello che farebbero tutti, se aiutasse a salvare vite innocenti. Ma la tortura, le bugie, il ricatto. E’ così che mantengono il potere.
Frank: Qualunque cosa io faccia, i Giapponesi mantengono il potere.
Randall: Ti sbagli. Ti sbagli. Tutto questo finirà solo quando quelli come noi si rifiuteranno di obbedire, qualunque sia il prezzo. E’ l’unico modo per sconfiggere questi bastardi. E’ l’unico modo per salvare la tua anima. Vuoi salvare la tua anima, Frank? Non fargli avere la tua anima.

Si può leggere qui: The man in the high castle: qualunque sia il prezzo

You can read it here: COLUMN ON INKROCI [ENG]

Ruggine – Work in progress

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Saranno i 30 anni, ma non ho tempo di far nulla, tanto che mi sono disintossicata dalle serie tv. Così ho preso a svegliarmi alle 6 e mezza e scrivere una mezzora, di mattina, tutti i giorni. Non tanto, magari 500 parole a sessione, ma pian piano sono arrivata a 30.000 battute senza quasi accorgermene!

Buone letture/scritture a tutt* ;)

La prima volta che notai la ruggine, molti anni dopo, era sul treno per Milano scappando dal paese in cui giaceva, sepolto in giardino, nostro zio. Dapprima sulle rotaie, iniziai a notare che erano coperte di quella patina marrone aranciato metallico. Mi fece paura da subito, mi faceva formicolare la pelle di ribrezzo. Ora mi chiedo se in realtà non fosse sempre stata lì, o se invece non esistesse affatto, ma sono sofismi. Anche mio fratello la vedeva, glielo chiesi. Lo feci apposta.


rustby Fear-Me-December

Documentandomi per la Bottega: Tiresia

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che sarà il mio ‘Interlocutore’…

Immagine:

Francesco Fracanzano

Monopoli, 1612 – Napoli, 1656

Testa di vecchio olio su tela cm 48 x 60

I miti su Tiresia sono molti. Uno dei più diffusi racconta che, passeggiando sul monte Cillene, vedendo due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo.

Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l’uomo o la donna. Non riuscendo a giungere a una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo sia donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché Tiresia aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni: gli dei greci, infatti, non possono cancellare ciò che hanno fatto o deciso altri dei.

Nel corso dell’attacco degli Epigoni contro Tebe, Tiresia fuggì dalla città insieme ai tebani; sfiancato si riposò nei pressi della fonte Telfussa dalla quale bevve dell’acqua gelata e morì. In un’altra versione l’indovino, rimasto a Tebe con la figlia Manto, venne fatto prigioniero e mandato a Delfi con la figlia, dove sarebbero stati consacrati al dio Apollo. Tiresia morì per la fatica durante il cammino.

L’anima di Tiresia, una volta entrata nell’Ade, conservò i poteri divinatori, come constatato da Ulisse in occasione dell’evocazione dei morti secondo quanto riferito da Omero nell’Odissea.

Ovidio – Le metamorfosi

Libro Terzo

[…]

 

 

 

 

Mentre in terra avvenivano per volere del fato queste cose

e l’infanzia di Bacco, tornato a nascere, scorreva tranquilla,

si racconta che, reso espansivo dal nèttare, per caso Giove

bandisse i suoi assilli, mettendosi piacevolmente a scherzare

con la sorridente Giunone. “Il piacere che provate voi donne”,

le disse, “è certamente maggiore di quello che provano i maschi.”

Lei contesta. Decisero di sentire allora il parere

di Tiresia, che per pratica conosceva l’uno e l’altro amore.

Con un colpo di bastone aveva infatti interrotto

in una selva verdeggiante il connubio di due grossi serpenti,

e divenuto per miracolo da uomo femmina, rimase

tale per sette autunni. All’ottavo rivedendoli nuovamente:

“Se il colpirvi ha tanto potere di cambiare”, disse,

“nel suo contrario la natura di chi vi colpisce,

vi batterò ancora!”. E percossi un’altra volta quei serpenti,

gli tornò il primitivo aspetto, la figura con cui era nato.

E costui, scelto come arbitro in quella divertente contesa,

conferma la tesi di Giove. Più del giusto e del dovuto al caso,

a quanto si dice, s’impermalì la figlia di Saturno e gli occhi

di chi le aveva dato torto condannò a eterna tenebra.

Ma il padre onnipotente (giacché nessun dio può annullare

ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,

gli diede scienza del futuro, alleviando la pena con l’onore.

Così, diventato famosissimo nelle città dell’Aonia,

Tiresia dava responsi inconfutabili a chi lo consultava.

La prima a saggiare l’autenticità delle sue parole

fu l’azzurra Lirìope, che Cefiso un giorno aveva spinto

in un’ansa della sua corrente, imprigionato fra le onde

e violentato. Rimasta incinta, la bellissima ninfa

partorì un bambino che sin dalla nascita suscitava amore,

e lo chiamò Narciso. Interrogato se il piccolo avrebbe visto

i giorni lontani di una tarda vecchiaia, l’indovino

aveva risposto: “Se non conoscerà sé stesso”.

A lungo la predizione sembrò priva di senso, ma poi l’esito

delle cose, il tipo di morte e la strana follia la confermarono.

Di un anno aveva ormai superato i quindici il figlio di Cefiso

e poteva sembrare tanto un fanciullo che un giovane:

più di un giovane, più di una fanciulla lo desiderava,

ma in quella tenera bellezza v’era una superbia così ingrata,

che nessun giovane, nessuna fanciulla mai lo toccò.

Mentre spaventava i cervi per spingerli dentro le reti,

lo vide quella ninfa canora, che non sa tacere se parli,

ma nemmeno sa parlare per prima: Eco che ripete i suoni.

Allora aveva un corpo, non era voce soltanto; ma come ora,

benché loquace, non diversamente usava la sua bocca,

non riuscendo a rimandare di molte parole che le ultime.

Questo si doveva a Giunone, perché tutte le volte che avrebbe

potuto sorprendere sui monti le ninfe stese in braccio a Giove,

quella astutamente la tratteneva con lunghi discorsi

per dar modo alle ninfe di fuggire. Quando la dea se ne accorse:

“Di questa lingua che mi ha ingannato”, disse, “potrai disporre

solo in parte: ridottissimo sarà l’uso che tu potrai farne”.

E coi fatti confermò le minacce: solo a fine di un discorso

Eco duplica i suoni ripetendo le parole che ha udito.

Ora, quando vide Narciso vagare in campagne fuori mano,

Eco se ne infiammò e ne seguì le orme di nascosto;

e quanto più lo segue, tanto più vicino alla fiamma si brucia,

come lo zolfo che, spalmato in cima ad una fiaccola,

in un attimo divampa se si accosta alla fiamma.

Oh quante volte avrebbe voluto affrontarlo con dolci parole

e rivolgergli tenere preghiere! Natura lo vieta,

non le permette di tentare; ma, e questo le è permesso, sta pronta

ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.

Per caso il fanciullo, separatosi dai suoi fedeli compagni,

aveva urlato: “C’è qualcuno?” ed Eco: “Qualcuno” risponde.

Stupito, lui cerca con gli occhi in tutti i luoghi,

grida a gran voce: “Vieni!”; e lei chiama chi l’ha chiamata.

Intorno si guarda, ma non mostrandosi nessuno: “Perché”, chiede,

“mi sfuggi?”, e quante parole dice altrettante ne ottiene in risposta.

Insiste e, ingannato dal rimbalzare della voce:

“Qui riuniamoci!” esclama, ed Eco che a nessun invito

mai risponderebbe più volentieri: “Uniamoci!” ripete.

E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro

per gettargli, come sogna, le braccia al collo.

Lui fugge e fuggendo: “Togli queste mani, non abbracciarmi!”

grida. “Possa piuttosto morire che darmi a te!”.

E lei nient’altro risponde che: “Darmi a te!”.

Respinta, si nasconde Eco nei boschi, coprendosi di foglie

per la vergogna il volto, e da allora vive in antri sperduti.

Ma l’amore è confitto in lei e cresce col dolore del rifiuto:

un tormento incessante le estenua sino alla pietà il corpo,

la magrezza le raggrinza la pelle e tutti gli umori del corpo

si dissolvono nell’aria. Non restano che voce e ossa:

la voce esiste ancora; le ossa, dicono, si mutarono in pietre.

E da allora sta celata nei boschi, mai più è apparsa sui monti;

ma dovunque puoi sentirla: è il suono, che vive in lei.

Così di lei, così d’altre ninfe nate in mezzo alle onde o sui monti

s’era beffato Narciso, come prima d’una folla di giovani.

Finché una vittima del suo disprezzo non levò al cielo le mani:

“Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!”.

Così disse, e la dea di Ramnunte assentì a quella giusta preghiera.

C’era una fonte limpida, dalle acque argentee e trasparenti,

che mai pastori, caprette portate al pascolo sui monti

o altro bestiame avevano toccato, che nessun uccello, fiera

o ramo staccatosi da un albero aveva intorbidita.

Intorno c’era un prato, che la linfa vicina nutriva,

e un bosco che mai avrebbe permesso al sole di scaldare il luogo.

Qui il ragazzo, spossato dalle fatiche della caccia e dal caldo,

venne a sdraiarsi, attratto dalla bellezza del posto e dalla fonte,

ma, mentre cerca di calmare la sete, un’altra sete gli nasce:

rapito nel porsi a bere dall’immagine che vede riflessa,

s’innamora d’una chimera: corpo crede ciò che solo è ombra.

Attonito fissa sé stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi

rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro.

Disteso a terra, contempla quelle due stelle che sono i suoi occhi,

i capelli degni di Bacco, degni persino di Apollo,

e le guance lisce, il collo d’avorio, la bellezza

della bocca, il rosa soffuso sul niveo candore,

e tutto quanto ammira è ciò che rende lui meraviglioso.

Desidera, ignorandolo, sé stesso, amante e oggetto amato,

mentre brama, si brama, e insieme accende ed arde.

Quante volte lancia inutili baci alla finzione della fonte!

Quante volte immerge in acqua le braccia per gettarle

intorno al collo che vede e che in acqua non si afferra!

Ignora ciò che vede, ma quel che vede l’infiamma

e proprio l’illusione che l’inganna eccita i suoi occhi.

Ingenuo, perché t’illudi d’afferrare un’immagine che fugge?

Ciò che brami non esiste; ciò che ami, se ti volti, lo perdi!

Quella che scorgi non è che il fantasma di una figura riflessa:

nulla ha di suo; con te venne e con te rimane;

con te se ne andrebbe, se ad andartene tu riuscissi.

Ma né il bisogno di cibo o il bisogno di riposo

riescono a staccarlo di lì: disteso sull’erba velata d’ombra,

fissa con sguardo insaziabile quella forma che l’inganna

e si strugge, vittima dei suoi occhi. Poi sollevandosi un poco,

tende le braccia a quel bosco che lo circonda e dice:

“Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto?

Voi certo lo sapete, voi che a tanti offriste in soccorso un rifugio.

Ricordate nella vostra lunga esistenza, quanti sono i secoli

che si trascina, qualcuno che si sia ridotto così?

Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace

non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore.

E a mio maggior dolore, non ci separa l’immensità del mare,

o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate:

un velo d’acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi:

ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d’acqua,

verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca.

Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore.

Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m’illudi, fanciullo senza uguali?

Dove vai quand’io ti cerco? E sì che la mia bellezza e la mia età

non sono da fuggire: anche delle ninfe mi hanno amato.

Con sguardo amico mi lasci sperare non so cosa;

quando ti tendo le braccia, subito le tendi anche tu;

quando sorrido, ricambi il sorriso; e ti ho visto persino piangere,

quando io piango; con un cenno rispondi ai miei segnali

e a quel che posso arguire dai movimenti della bella bocca,

mi ricambi parole che non giungono alle mie orecchie.

Io, sono io! l’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più!

Per me stesso brucio d’amore, accendo e subisco la fiamma!

Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare?

Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.

Oh potessi staccarmi dal mio corpo!

Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo!

Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta

da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni.

No, grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore;

solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro.

Ma, il cuore unito in un’anima sola, noi due ora moriremo”.

Dice, e delirando torna a contemplare quella figura,

e con le sue lacrime sconvolge lo specchio d’acqua,

che increspandosi ne offusca lo splendore. Vedendola svanire:

“Dove fuggi?” esclama. “Fèrmati, infame, non abbandonare

chi ti ama! Se non posso toccarti, mi sia permesso almeno

di guardarti e nutrire così l’infelice mia passione!”.

In mezzo ai lamenti, dall’orlo in alto lacera la veste

e con le palme bianche come il marmo si percuote il petto nudo.

Ai colpi il petto si colora di un tenue rossore,

come accade alla mela che, candida su una faccia,

si accende di rosso sull’altra, o come all’uva

che in grappoli cangianti si vela di porpora quando matura.

Specchiandosi nell’acqua tornata di nuovo limpida,

non resiste più e, come cera bionda al brillio

di una fiammella o la brina del mattino al tepore

del sole si sciolgono, così, sfinito d’amore,

si strugge e un fuoco occulto a poco a poco lo consuma.

Del suo colorito rosa misto al candore ormai non v’è più traccia,

né del fuoco, delle forze, di ciò che prima incantava la vista,

e nemmeno il corpo è più quello che Eco aveva amato un tempo.

Ma quando lei lo vide così, malgrado la collera al ricordo,

si addolora e ogni volta che l’infelice mormora ‘Ahimè’,

rimandandogli la voce ripete ‘Ahimè’,

e quando il ragazzo con le mani si percuote le braccia,

replica lo stesso suono, quello delle percosse.

Le ultime sue parole, mentre fissava l’acqua una volta ancora,

furono: “Ahimè, fanciullo amato invano”, e le stesse parole

gli rimandò il luogo; e quando disse ‘Addio’, Eco ‘Addio’ disse.

Poi reclinò il suo capo stanco sull’erba verde e la morte chiuse

quegli occhi incantati sulle fattezze del loro padrone.

E anche quando fu accolto negli Ínferi, mai smise di contemplarsi

nelle acque dello Stige. Un lungo lamento levarono le Naiadi

sue sorelle, offrendogli le chiome recise;

un lungo lamento le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro.

Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro:

il corpo era scomparso; al posto suo scorsero un fiore,

giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi.

La notizia di queste vicende accrebbe la fama di Tiresia

in tutte le città dell’Acaia e grande divenne il suo prestigio.

 

 

Omero – Odissea

Libro Decimo

 

[…]

“O di Laerte sovrumana prole”,

La dea rispose, “ritenervi a forza

Io più oltre non vo’. Ma un’altra via

Correre in prima è d’uopo: è d’uopo i foschi

Di Pluto e di Proserpina soggiorni

Vedere in prima, e interrogar lo spirto

Del teban vate, che, degli occhi cieco,

Puro conserva della mente il lume;

Di Tiresia, cui sol diè Proserpina

Tutto portar tra i morti il senno antico.

Gli altri non son che vani spettri ed ombre”.

Rompere il core io mi sentìi. Piagnea,

Su le piume giacendomi, né i raggi

Volea del Sol più rimirare. Al fine,

Poiché del pianger mio, del mio voltarmi

Su le piume io fui sazio: “Or qual”, ripresi,

“Di tal vïaggio sarà il duce? All’Orco

Nessun giunse finor su negra nave”.

“Per difetto di guida”, ella rispose

Non t’annoiar. L’albero alzato, e aperte

Le tue candide vele, in su la poppa

T’assidi, e spingerà Borea la nave.

Come varcato l’Oceàno avrai,

Ti appariranno i bassi lidi, e il folto

Di pioppi eccelsi e d’infecondi salci

Bosco di Proserpìna: e a quella piaggia,

Che l’Oceán gorghiprofondo batte,

Ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.

Rupe ivi s’alza, presso cui due fiumi

S’urtan tra lor rumoreggiando, e uniti

Nell’Acheronte cadono: Cocito,

Ramo di Stige, e Piriflegetonte.

Appréssati alla rupe, ed una fossa,

Che un cubito si stenda in lungo e in largo,

Scava, o prode, tu stesso; e mel con vino,

Indi vin puro e limpidissim’onda

Vèrsavi, a onor de’ trapassati, intorno,

E di bianche farine il tutto aspergi.

Poi degli estinti prega i frali e vôti

Capi, e prometti lor che nel tuo tetto

Entrato con la nave in porto appena,

Vacca infeconda, dell’armento fiore

Lor sagrificherai, di doni il rogo

Riempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,

Immolerai nerissimo arïete,

Che della greggia tua pasca il più bello.

Compiute ai mani le preghiere, uccidi

Pecora bruna, ed un monton, che all’Orco

Volgan la fronte: ma converso tieni

Del fiume alla corrente in quella il viso.

Molte Ombre accorreranno. A’ tuoi compagni

Le già sgozzate vittime e scoiate

Mettere allor sovra la fiamma, e ai numi,

Al prepotente Pluto e alla tremenda

Proserpina drizzar voti comanda.

E tu col brando sguainato siedi,

Né consentir, che anzi che parli al vate,

I mani al sangue accostinsi. Repente

Il profeta verrà, duce di genti,

Che sul vïaggio tuo, sul tuo ritorno

Pel mar pescoso alle natìe contrade

Ti darà, quanto basta, indizio e lume”.

Così la diva; e d’in su l’aureo trono

L’Aurora comparì. Tunica e manto

Circe stessa vestimmi; a sé ravvolse

Bella, candida, fina ed ampia gonna;

Si strinse al fianco un’aurea fascia, e un vago

Su i ben torti capei velo s’impose.

Ma io, passando d’una in altra stanza,

Confortava i compagni, e ad uno ad uno

Con molli detti gli abbordava: “Tempo

Non è più da sfiorare i dolci sonni.

Partiamo, e tosto. Il mi consiglia Circe”.

Si levâro, e obbedîro. Ahi che né quinci

Mi si concesse ricondurli tutti!

Un Elpénore v’era, il qual d’etate

Dopo gli altri venìa, poco nell’armi

Forte, né troppo della mente accorto.

Caldo del buon licore, onde irrigossi,

Si divise dagli altri, ed al palagio

Mi si corcò, per rinfrescarsi, in cima.

Udìto il suon della partenza, e il moto,

Riscossesi ad un tratto, e, per la lunga

Scala di dietro scendere obblïando.

Mosse di punta sovra il tetto, e cadde

Precipite dall’alto: il collo ai nodi

Gli s’infranse, e volò l’anima a Dite.

Ragunatisi i miei: “Forse”, io lor dissi,

“Alle patrie contrade andar credete.

Ma un altro pria la venerabil diva

Ci destinò cammin, che ai foschi regni

Di Pluto e di Proserpina conduce,

Per quivi interrogar del rinomato

Teban Tiresia l’indovino spirto”.

Duol mortale gli assalse a questi detti.

Piangeano, e fermi rimanean lì lì,

E la chioma stracciavansi: ma indarno

Lo strazio della chioma era, ed il pianto.

Mentre al mar tristi tendevamo, e spesse

Lagrime spargevam, Circe, che in via

Pur s’era posta, alla veloce nave

Legò la bruna pecora e il montone.

Ci oltrepassò, che non ce ne avvedemmo,

Con piè leggiero. Chi potrìa de’ numi

Scorgere alcun che qua o là si mova

Quando dall’occhio uman voglion celarsi?

Omero – Odissea

Libro Undicesimo

[…]

Levossi al fine

Con l’aureo scettro nella man famosa

L’alma Tebana di Tiresia, e ratto

Mi riconobbe, e disse: “Uomo infelice,

Perché, del sole abbandonati i raggi,

Le dimore inamabili de’ morti

Scendesti a visitar? Da questa fossa

Ti scosta, e torci in altra parte il brando,

Sì ch’io beva del sangue, e il ver ti narri”.

Il piè ritrassi, e invaginai l’acuto

D’argentee borchie tempestato brando.

Ma ei, poiché bevuto ebbe, in tal guisa

Movea le labbra: “Rinomato Ulisse,

Tu alla dolcezza del ritorno aneli

E un nume invidïoso il ti contende

Come celarti da Nettun, che grave

Contra te concepì sdegno nel petto

Pel figlio, a cui spegnesti in fronte l’occhio?

Pur, sebbene a gran pena, Itaca avrai,

Sol che te stesso e i tuoi compagni affreni,

Quando, tutti del mar vinti i perigli,

Approderai col ben formato legno

Alla verde Trinacria isola, in cui

Pascon del Sol, che tutto vede ed ode,

I nitidi montoni e i buoi lucenti.

Se pasceranno illesi, e a voi non caglia

Che della patria, il rivederla dato,

Benché a stento, vi fia. Ma dove osiate

Lana o corno toccargli, eccidio a’ tuoi,

E alla nave io predico, ed a te stesso.

E ancor che morte tu schivassi, tardo

Fora, ed infausto, e senza un sol compagno,

E su nave straniera, il tuo ritorno.

Mali oltra ciò t’aspetteranno a casa:

Protervo stuol di giovani orgogliosi,

Che ti spolpa, ti mangia, e alla divina

Moglie con doni aspira. È ver che a lungo

Non rimarrai senza vendetta. Uccisi

Dunque o per frode, o alla più chiara luce,

Nel tuo palagio i temerarî amanti,

Prendi un ben fatto remo, e in via ti metti:

Né rattenere il piè, che ad una nuova

Gente non sii, che non conosce il mare,

Né cosperse di sal vivande gusta,

Né delle navi dalle rosse guance,

O de’ politi remi, ali di nave,

Notizia vanta. Un manifesto segno

D’esser nella contrada io ti prometto.

Quel dì che un altro pellegrino, a cui

T’abbatterai per via, te quell’arnese

Con che al vento su l’aia il gran si sparge

Portar dirà su la gagliarda spalla,

Tu repente nel suol conficca il remo.

Poi, vittime perfette a re Nettuno

Svenate, un toro, un arïete, un verro,

Riedi, e del cielo agli abitanti tutti

Con l’ordine dovuto offri ecatombe

Nella tua reggia, ove a te fuor del mare,

E a poco a poco da muta vecchiezza

Mollemente consunto, una cortese

Sopravverrà morte tranquilla, mentre

Felici intorno i popoli vivranno.

L’oracol mio, che non t’inganna, è questo.

“Tiresia”, io rispondea, “così prescritto

(Chi dubbiar ne potrebbe?) hanno i celesti.

Ma ciò narrami ancora: io della madre

L’anima scorgo, che tacente siede

Appo la cava fossa, e d’uno sguardo,

Non che d’un motto, il suo figliuol non degna.

Che far degg’io, perché mi riconosca?

Ed egli: Troppo bene io nella mente

Io ti porrò. Quai degli spirti al sangue

Non difeso da te giunger potranno,

Sciorran parole non bugiarde: gli altri

Da te si ritrarran taciti indietro”.

Svelate a me tai cose, in seno a Dite

Del profetante re l’alma s’immerse.

Ma io di là non mi togliea. La madre

S’accostò intanto, né del negro sangue

Prima bevé, che ravvisommi, e queste

Mi drizzò, lagrimando, alate voci:

“Deh come, figliuol mio, scendéstu vivo

Sotto l’atra caligine? Chi vive,

Difficilmente questi alberghi mira,

Però che vasti fiumi e paurose

Correnti ci dividono, e il temuto

Ocean, cui varcare ad uom non lice,

Se nol trasporta una dedalea nave.

Forse da Troia, e dopo molti errori,

Con la nave e i compagni a questo buio

Tu vieni? Né trovar sapesti ancora

Itaca tua? né della tua consorte

Riveder nel palagio il caro volto? ”

“O madre mia, necessità”, risposi,

“L’alma indovina a interrogar m’addusse

Del Tebano Tiresia. Il suolo acheo

Non vidi ancor, né i liti nostri attinsi;

Ma vo ramingo, e dalle cure oppresso,

Dappoi che a Troia ne’ puledri bella

Seguìi, per disertarla, il primo Atride.

Su via, mi narra, e schiettamente, come

Te la di lunghi sonni apportatrice

Parca domò. Ti vinse un lungo morbo,

O te Dïana faretrata assalse

Con improvvisa non amara freccia?

Vive l’antico padre, il figlio vive,

Che in Itaca io lasciai? Nelle man loro

Resta, o passò ad altrui la mia ricchezza,

E ch’io non rieda più, si fa ragione?

E la consorte mia qual cor, qual mente

Serba? Dimora col fanciullo, e tutto

Gelosamente custodisce, o alcuno

Tra i primi degli Achei forse impalmolla? ”

Riprese allor la veneranda madre:

“La moglie tua non lasciò mai la soglia

Del tuo palagio; e lentamente a lei

Scorron nel pianto i dì, scorron le notti.

Stranier nel tuo retaggio, in sin ch’io vissi,

Non entrò: il figlio su i paterni campi

Vigila in pace, e alle più illustri mense,

Cui l’invita ciascuno, e che non dee

Chi nacque al regno dispregiar, s’asside.

Ma in villa i dì passa Laerte, e mai

A cittade non vien: colà non letti,

Non coltri, o strati sontuosi, o manti.

Di vestimenta ignobili coverto

Dorme tra i servi al focolare il verno

Su la pallida cenere: e se torna

L’arida estate, o il verdeggiante autunno,

Lettucci umìli di raccolte foglie,

Stesi a lui qua e là per la feconda

Sua vigna, preme travagliato, e il duolo

Nutre, piangendo la tua sorte: arrogi,

La vecchiezza increscevole che il colse.

Non altrimenti de’ miei stanchi giorni

Giunse il termine a me, cui non Dïana,

Sagittaria infallibile, di un sordo

Quadrello assalse, o di que’ morbi invase,

Che soglion trar delle consunte membra

L’anima fuor con odïosa tabe:

Ma il desìo di vederti, ma l’affanno

Della tua lontananza, ma i gentili

Modi e costumi tuoi, nobile Ulisse,

La vita un dì sì dolce hannomi tolta”.

Io, pensando tra me, l’estinta madre

Volea stringermi al sen: tre volte corsi,

Quale il mio cor mi sospingea, vêr lei,

E tre volte m’usci fuor delle braccia,

Come nebbia sottile, o lieve sogno.

Cura più acerba mi trafisse e ratto:

“Ahi, madre”, le diss’io, “perché mi sfuggi

D’abbracciarti bramoso, onde, anco a Dite,

Le man gittando l’un dell’altro al collo,

Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?

Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga,

Forse l’alta Proserpina mandommi?”

“O degli uomini tutti il più infelice”,

La veneranda genitrice aggiunse,

“No, l’egregia Proserpina, di Giove

La figlia, non t’inganna. È de’ mortali

Tale il destin, dacché non son più in vita,

Che i muscoli tra sé, l’ossa ed i nervi

Non si congiungan più: tutto consuma

La gran possanza dell’ardente foco,

Come prima le bianche ossa abbandona,

E vagola per l’aere il nudo spirto.

Ma tu d’uscire alla superna luce

Da questo buio affretta: e ciò che udisti,

E porterai nell’anima scolpito,

Penelope da te risappia un giorno”.

Mentre così favellavam, sospinte

Dall’inclita Proserpina le figlie

Degli eroi comparïano, e le consorti

E traean della fossa al margo in folla.

Io, come interrogarle ad una ad una

Rivolgea meco; e ciò mi parve il meglio.

Stretta la spada, non patïa che tutte

Beessero ad un tempo. Alla sua volta

Così accorrea ciascuna, e l’onorato

Lignaggio ed i suoi casi a me narrava.

Prima s’appresentò l’illustre Tiro,

Che, del gran Salmonèo figlia, e consorte

Di Creteo, un de’ figliuoli d’Eolo, sé disse.

Costei d’un fiume nell’amore accesa,

Dell’Enipèo divin, che la più bella

Sovra i più ameni campi onda rivolve,

Spesso e bagnarsi in quegli argenti entrava.

L’azzurro nume che la terra cinge,

Nettuno, in forma di quel dio, corcossi

Delle sue vorticose acque alla foce;

E la porporeggiante onda d’intorno

Gli stette, e in un arco si piegò, qual monte,

Lui celando, e la giovane, cui tosto

Sciols’ei la zona virginale, e un casto

Sopore infuse. Indi per man la prese,

E chiamolla per nome, e tai parole

Le feo: “Di questo amor, donna, t’allegra.

Compiuto non avrà l’anno il suo giro,

Che diverrai di bei fanciulli madre,

Quando vane giammai degl’immortali

Non riescon le nozze. I bei fanciulli

Prendi in cura, e nutrisci. Or vanne, e sappi,

Ma il sappi sola, che tu in me vedesti

Nettuno, il nume che la terra scuote”.

Disse; e ne’ gorghi suoi l’accolse il mare.

Ella di Nèleo e Pèlia, ond’era grave,

S’allevïò. Forti del sommo Giove

Ministri, l’un nell’arenosa Pilo,

Nell’ampia l’altro, e di feconde gregge

Ricca Iaolco, ebbe soggiorno e scettro.

Quindi altra prole, Esòn, Ferete, e il chiaro

Domator di cavalli Amitaòne,

Diede a Creteo costei, che delle donne

Reina parve alla sembianza e agli atti.

Poi d’Asòpo la figlia, Antiopa, venne,

Che dell’amor di Giove andò superba,

E due figli creò, Zeto e Anfione.

Tebe costoro dalle sette porte

Primi fondaro, e la munir di torri:

Ché mal potean la spazïosa Tebe

Senza torri guardar, benché gagliardi.

Venne d’Amfitrïon la moglie, Alcmena

Che al Saturnìde l’animoso Alcide,

Cor di leone, partorì. Megàra

Di Creonte magnanimo figliuola

E moglie dell’invitto Ercole, venne.

D’Edipo ancor la genitrice io vidi,

La leggiadra Epicasta, che nefanda

Per cecità di mente opra commise,

L’uom disposando da lei nato. Edìpo

La man, con che avea prima il padre ucciso,

Porse alla madre: né celaro i dèi

Tal misfatto alle genti. Ei per crudele

Voler de’ numi nell’amena Tebe

Addolorato su i Cadmei regnava.

Ma la donna, cui vinse il proprio affanno,

L’infame nodo ad un’eccelsa trave

Legato, scese alla magion di Pluto

Dalle porte infrangibili, e tormenti

Lasciò indietro al figliuol, quanti ne danno

Le ultrici Furie, che una madre invoca.

Vidi colei non men, che ultima nacque

All’Iaside Anfïón, cui l’arenosa

Pilo negli anni andati, e il Minïeo

Orcomeno ubbidìa, l’egregia Clori,

Che Neleo, di lei preso, a sé congiunse,

Poscia ch’egli ebbe di dotali doni

La vergine ricolma. Ed ella il feo

Ricco di vaga e di lui degna prole,

Di Nestore, di Cromio, e dell’eroe

Periclimeno; e poi di quella Pero,

Che maraviglia fu d’ogni mortale.

Tutti i vicini la chiedean; ma il padre

Sol concedeala a chi le belle vacche

Dalla lunata spazïosa fronte,

Che appo sé riteneasi il forte Ificle,

Gli rimenasse, non leggiera impresa,

Dai pascoli di Filaca. L’impresa

Melampo assunse, un indovino illustre;

Se non che a lui s’attraversaro i fati,

E pastori salvatichi, da cui

Soffrir dové d’aspre catene il pondo.

Ma non prima, già in sé rivolto l’anno,

I mesi succedettersi ed i giorni,

E compiêr le stagioni il corso usato

Che Ifìcle, a cui gli oracoli de’ numi

Svelati avea l’irreprensibil vate,

I suoi vincoli ruppe; e così al tempo

L’alto di Giove s’adempiea consiglio.

Leda comparve, da cui Tindaro ebbe

Due figli alteri, Castore e Pollùce,

L’un di cavalli domatore, e l’altro

Pugile invitto. Benché l’alma terra

Ritengali nel sen, di vita un germe

(Così Giove tra l’Ombre anco gli onora)

Serbano: ciascun giorno, e alternamente,

Rïapron gli occhi, e chiudonli alla luce,

E glorïosi al par van degli eterni.

Dopo costei mi si parò davanti

D’Aloèo la consorte, Ifimidèa;

Cui di dolce d’amor nodo si strinse

Lo Scuotiterra. Ingenerò due figli,

Oto a un dio pari, e l’inclito Efialte,

Che la luce del sol poco fruîro.

Né di statura ugual, né di beltade,

Altri nodrì la comun madre antica,

Sol che fra tutti d’Orïon si taccia.

Non avean tocco il decim’anno ancora,

Che in largo nove cubiti, e tre volte

Tanto cresciuti erano in lungo i corpi.

Questi volendo ai sommi dèi su l’etra

Nuova portar sediziosa guerra,

L’Ossa sovra l’Olimpo, e sovra l’Ossa

L’arborifero Pelio impor tentaro,

Onde il cielo scalar di monte in monte;

E il fean, se i volti pubertà infiorava;

Ma di Giove il figliuolo, e di Latona,

Sterminolli ambo, che del primo pelo

Le guance non ombravano, ed il mento.

Fedra comparve ancor, Procri ed Arianna

Che l’amante Teseo rapì da Creta,

E al suol fecondo della sacra Atene

Condur volea. Vane speranze! In Nasso,

Cui cinge un vasto mar, fu da Dïana,

Per l’indizio di Bacco, aggiunta e morta.

Né restò Mera inosservata indietro,

Né Climene restò, né l’abborrita

Erifile, che il suo diletto sposo

Per un aureo monil vender poteo.

Ma dove io tutte degli eroi le apparse

Figlie nomar volessi, e le consorti,

Pria mancherìami la divina Notte.

E a me par tempo da posar la testa

O in nave o qui, tutta del mio ritorno

Ai celesti lasciando, e a voi la cura.

Tacque. I Feaci per l’oscura sala

Stavansi muti, e nel piacere assorti.

Ruppe il silenzio l’immortal regina

La bracciobianca Arete: «Feacesi,

Che vi par di costui? del suo sembiante?

Della maschia persona? e di quel senno

Che in lui risiede? Ospite è mio, ma tutti

Dell’onor, che io ricevo, a parte siete.

Non congedate in fretta, e senza doni

Chi nulla tien, voi, che di buono in casa

Per favor degli dèi tanto serbate».

Qui favellò Echenèo, che gli altri tutti

Vincea d’etade: «Fuor del segno, amici,

Arete non colpì con la sua voce.

Obbediscasi a lei: se non che prima

Del re l’esempio attenderemo e il detto».

«Ciò sarà ch’ella vuole», Alcinoo disse

«Se vita e scettro a me lascian gli dèi.

Ma, benché tanto di partir gli tardi,

L’ospite indugi sino al nuovo sole,

Sì ch’io tutti i regali insieme accoglia.

Cura esser dee comun che lieto ei parta

E più, che d’altri, mia, s’io qui son primo».

«Alcinoo re, che di grandezza e fama»,

Riprese Ulisse, «ogni mortale avanzi,

Sei mesi ancor mi riteneste e sei,

E fida scorta intanto e ricchi doni

M’apparecchiaste, io non dovrei sgradirlo:

Ché quanto io tornerò con man più piene

A’ miei sassi natii, tanto la gente

Con più onore accorrammi e con più affetto».

Ed Alcinoo in risposta: «Allora, Ulisse

Che ti adocchiamo, un impostor fallace,

D’alte menzogne inaspettato fabbro,

Scorger non sospettiam, quali benigna

La terra qua e là molti ne pasce.

Leggiadria di parole i labbri t’orna,

Né prudenza minor t’alberga in petto.

L’opre de’ Greci e le tue doglie, quasi

Lo spirto della Musa in te piovesse,

Ci narrasti così, ch’era un vederle.

Deh siegui, e dimmi, se t’apparve alcuno

Di tanti eroi che veleggiâro a Troia

Teco, e spenti rimaservi. La notte

Con lenti passi or per lo ciel cammina,

E finché ci esporrai stupende cose,

Non fia chi del dormir qui si rammenti.

Quando parlar di te sino all’aurora

Ti consentisse il duol sino all’aurora

Io penderei dalle tue labbra immoto».

«V’ha un tempo Alcinoo, di racconti ed havvi»,

Ulisse ripigliò, «di sonni un tempo;

Che se udir vuoi più avanti, io non ricuso

La sorte di color molto più dura

Rappresentarti, che scampâr dai rischi

D’una terribil guerra, e nel ritorno,

Colpa d’una rea donna, ohimé! periro.

Poiché le femminili Ombre famose

La casta Proserpìna ebbe disperse,

Mesto, e cinto da quei che fato uguale

Trovâr d’Egisto negl’infidi alberghi,

Si levò d’Agamennone il fantasma.

Assaggiò appena dell’oscuro sangue,

Che ravvisommi; e dalle tristi ciglia

Versava in copia lagrime, e le mani

Mi stendea, di toccarmi invan bramose;

Ché quel vigor, quella possanza, ch’era

Nelle sue membra ubbidïenti ed atte,

Derelitto l’avea. Lagrime anch’io

Sparsi a vederlo, e intenerìi nell’alma,

E tai voci, nomandolo, gli volsi:

“O inclito d’Atrèo figlio, o de’ prodi

re, Agamennòne, qual destin ti vinse,

E i lunghi t’arrecò sonni di morte?

Nettuno in mar ti domò forse, i fieri

Spirti eccitando de’ crudeli venti?

O t’offesero in terra uomini ostili,

Che armenti depredavi e pingui greggi.

O delle patrie mura, e delle caste

Donne a difesa, roteavi il brando? ”

“Laerziade preclaro, accorto Ulisse”

Ratto rispose dell’Atride l’ombra

Me non domò Nettuno all’onde sopra,

Né m’offesero in terra uomini ostili.

Egisto, ordita con la mia perversa

Donna una frode, a sé invitommi, e a mensa

Come alle greppie inconsapevol bue,

L’empio mi trucidò. Così morìi

Di morte infelicissima; e non lunge

Gli amici mi cadean, quai per illustri

Nozze, o banchetto sontuoso, o lauta

A dispendio comun mensa imbandita,

Cadono i verri dalle bianche sanne.

Benché molti a’ tuoi giorni o in folta pugna;

Vedessi estinti, o in singolar certame,

Non solita pietà tocco t’avrebbe,

Noi mirando, che stesi all’ospitali

Coppe intorno eravam, mentre correa

Purpureo sangue il pavimento tutto.

La dolente io sentìi voce pietosa

Della figlia di Priamo, di Cassandra,

Cui Clitennestra m’uccidea da presso,

La moglie iniqua; ed io, giacendo a terra,

Con moribonda man cercava il brando:

Ma la sfrontata si rivolse altrove,

Né gli occhi a me, che già scendea tra l’Ombre

Chiudere, né compor degnò le labbra.

No: più rea peste, più crudel non dassi

Di donna, che sì atroci opre commetta,

Come questa infedel, che il danno estremo

Tramò, cui s’era vergine congiunta.

Lasso! dove io credea che, ritornando,

Figliuoli e servi m’accorrìan con festa,

Costei, che tutta del peccar sa l’arte,

Si ricoprì d’infamia, e quante al mondo

Verranno, e le più oneste anco, ne asperse”.

“Oh quanta”, io ripigliai, “sovra gli Atridi

Le femmine attirâro ira di Giove!

Fu di molti de’ Greci Elena strage!

E a te, cogliendo l’assenza il tempo,

Funesta rete Clitennestra tese”.

“Quindi troppa tu stesso”, ei rispondea,

“Con la tua donna non usar dolcezza,

Né il tutto a lei svelar, ma parte narra

De’ tuoi secreti a lei, parte ne taci,

Benché a te dalla tua venir disastro

Non debba: ché Penelope, la saggia

Figlia d’Icario, altri consigli ha in core.

Moglie ancor giovinetta, e con un bimbo,

Che dalla mamma le pendea contento,

Tu la lasciavi, navigando a Troia:

Ed oggi il tuo Telemaco felice

Già s’asside uom tra gli uomini, e il diletto

Padre lui vedrà, un giorno, ed egli al padre

Giusti baci porrà sovra la fronte.

Ma la consorte mia né questo almeno

Mi consentì, ch’io satollassi gli occhi

Nel volto del mio figlio, e pria mi spense.

Credi al fine a’ miei detti, e ciò nel fondo

Serba del petto: le native spiagge

Secretamente afferra, e a tutti ignoto,

Quando fidar più non si puote in donna.

Or ciò mi conta, e schiettamente: udisti,

Dove questo mio figlio i giorni tragga?

In Orcomeno forse? O forse tienlo

Pilo arenosa, o la capace Sparta

Presso re Menelao? Certo non venne

Finor sotterra il mio gentil Oreste”.

Ed io: “Perché di ciò domandi, Atride,

Me, cui né conto è pur se Oreste spira

Le dolci aure di sopra, o qui soggiorna?

Lode non merta il favellare al vento”.

Così parlando alternamente, e il volto

Di lagrime rigando, e il suol di Dite,

Ce ne stavam disconsolati: ed ecco

Sorger lo spirto del Pelìade Achille,

Di Patroclo, d’Antìloco e d’Aiace,

Che gli Achei tutti, se il Pelìde togli,

Di corpo superava e di sembiante.

Mi riconobbe del veloce al corso

Eacide l’imago; e, lamentando:

O, disse, di Laerte inclita prole,

Qual nuova in mente, sciagurato, volgi

Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?

Come osasti calar ne’ foschi regni,

Degli estinti magion, che altro non sono

Che aeree forme e simulacri ignudi? ”

“Di Peleo”, io rispondea, “figlio, da cui

Tanto spazio rimase ogni altro Greco,

Tiresia io scesi a interrogar, che l’arte

Di prender m’insegnasse Itaca alpestre

Sempre involto ne’ guai, l’Acaica terra

Non vidi ancor, né il patrio lido attinsi.

Ma di te, forte Achille, uom più beato

Non fu, né giammai fia. Vivo d’un nume

T’onoravamo al pari, ed or tu regni

Sovra i defunti. Puoi tristarti morto?”

“Non consolarmi della morte”, a Ulisse

Replicava il Pelìde. “Io pria torrei

Servir bifolco per mercede, a cui

Scarso e vil cibo difendesse i giorni,

Che del Mondo defunto aver l’impero.

Su via, ciò lascia, e del mio figlio illustre

Parlami in vece. Nelle ardenti pugne

Corre tra i primi avanti? E di Pelèo

Del mio gran genitor, nulla sapesti?

Sieguon fedeli a reverirlo i molti

Mirmìdoni, o nell’Ellada ed in Ftia

Spregiato vive per la troppa etade,

Che le membra gli agghiaccia? Ahi! che guardarlo

Sotto i raggi del Sol più non mi lice:

Ché passò il tempo che la Troica sabbia

D’esanimi io covrìa corpi famosi,

Proteggendo gli Achei. S’io con la forza

Che a que’ giorni era in me, toccar potessi

Per un istante la paterna soglia,

A chïunque oltraggiarlo, e degli onori

Fraudarlo ardisse, questa invitta mano

Metterebbe nel core alto spavento.

Nulla, io risposi, di Pelèo, ma tutto

Del figliuol posso, e fedelmente, dirti,

Di Neottolemo tuo, che all’oste Achiva

Io stesso sopra cava e d’uguai fianchi

Munita nave rimenai da Sciro.

Sempre che ad Ilio tenevam consulte,

Primo egli a favellar s’alzava in piedi,

Né mai dal punto devïava; soli

Gareggiavam con lui Nestore ed io.

Ma dove l’armi si prendean, confuso

Già non restava in fra la turba, e ignoto:

Precorrea tutti, e di gran lunga, e intere

Le falangi struggea. Quant’ei mandasse

Propugnacol de’ Greci, anime all’Orco,

Da me non t’aspettare. Abbiti solo,

Che il Telefìde Eurìpilo trafisse

Fra i suoi Cetèi, che gli morìano intorno;

Euripilo di Troia ai sacri muri

Per la impromessa man d’una del rege

Figlia venuto, ed in quell’oste intera,

Dopo il deiforme Mènnone, il più bello.

Che del giorno dirò, che il fior de’ Greci

Nel costrutto da Epèo cavallo salse,

Che in cura ebb’io, poiché a mia voglia solo

Aprìasi, o rinchiudeasi, il cavo agguato?

Tergeansi capi e condottier con mano

Le umide ciglia, e le ginocchia sotto

Tremavano a ciascun; né bagnare una

Lagrima a lui, né di pallore un’ombra

Tingere io vidi la leggiadra guancia.

Bensì prieghi porgeami onde calarsi

Giù del cavallo, e della lunga spada

Palpeggiava il grand’else, e l’asta grave

Crollava, mali divisando a Troia

Poi la cittade incenerita, in nave

Delle spoglie più belle adorno e carco

Montava, e illeso: quando lunge, o presso,

Di spada, o stral, non fu giammai chi vanto

Del ferito Neottòlemo si desse”.

Dissi, e d’Achille alle veloci piante

Per li prati d’asfodelo vestiti

L’alma da me sen giva a lunghi passi,

Lieta, che udì del figliuol suo la lode.

D’altri guerrieri le sembianze tristi

Compariano; e ciascun suoi guai narrava.

Sol dello spento Telamonio Aiace

Stava in disparte il disdegnoso spirto

Perché vinto da me nella contesa

Dell’armi del Pelide appo le navi.

Teti, la madre veneranda, in mezzo

Le pose, e giudicaro i Teucri e Palla.

Oh côlta mai non avess’io tal palma,

Se l’alma terra nel suo vasto grembo

Celar dovea sì glorïosa testa,

Aiace, a cui d’aspetto e d’opre illustri,

Salvo l’irreprensibile Pelìde

Non fu tra i Greci chi agguagliarsi osasse!

Io con blande parole: “Aiace”, dissi,

“Figlio del sommo Telamon, gli sdegni

Per quelle maledette arme concetti

Dunque né morto spoglierai? Fatali

Certo reser gli dèi quell’arme ai Greci,

Che in te perdero una sì ferma torre.

Noi per te nulla men, che per Achille,

Dolenti andiam; né alcuno n’è in colpa, il credi:

Ma Giove, che infinito ai bellicosi

Danai odio porta, la tua morte volle.

Su via, t’accosta, o re, porgi cortese

L’orecchio alle mie voci, e la soverchia

Forza del generoso animo doma”.

Nulla egli a ciò: ma, ritraendo il piede,

Fra l’altre degli estinti Ombre si mise:

Pur, seguendolo io quivi, una risposta

Forse data ei m’avrìa; se non che voglia

Altro di rimirar m’ardea nel petto.

Minosse io vidi, del Saturnio il chiaro

Figliuol, che assiso in trono, e un aureo scettro

Stringendo in man, tenea ragione all’ombre

Che tutte, qual seduta e quale in piedi,

Conti di sé rendeangli entro l’oscura

Di Pluto casa dalle larghe porte.

Vidi il grande Orïòn, che delle fiere,

Che uccise un dì sovra i boscosi monti,

Or gli spettri seguìa de’ prati inferni

Per l’asfodelo in caccia; e maneggiava

Perpetua mazza d’infrangibil rame.

Ecco poi Tizio, della Terra figlio,

Che sforzar non temé l’alma di Giove

Sposa, Latona, che volgeasi a Pito

Per le ridenti Panopèe campagne.

Sul terren distendevasi, e ingombrava

Quando in dì nove ara di tauri un giogo:

E due avvoltoi, l’un quinci, e l’altro quindi,

Ch’ei con mano scacciar tentava indarno

rodeangli il cor, sempre ficcando addentro

Nelle fibre rinate il curvo rostro.

Stava là presso con acerba pena

Tantalo in piedi entro un argenteo lago,

La cui bell’onda gli toccava il mento.

Sitibondo mostravasi, e una stilla

Non ne potea gustar: ché quante volte

Chinava il veglio le bramose labbra,

Tante l’onda fuggìa dal fondo assorta,

Sì che apparìagli ai piè solo una bruna

Da un Genio avverso inaridita terra.

Piante superbe, il melagrano, il pero,

E di lucide poma il melo adorno,

E il dolce fico, e la canuta oliva,

Gli piegavan sul capo i carchi rami;

E in quel ch’egli stendea dritto la destra

Vêr le nubi lanciava i rami il vento.

Sìsifo altrove smisurato sasso

Tra l’una e l’altra man portava, e doglia

Pungealo inenarrabile. Costui

La gran pietra alla cima alta d’un monte,

Urtando con le man, coi piè pontando,

Spingea: ma giunto in sul ciglion non era,

Che, risospinta da un poter supremo,

Rotolavasi rapida pel chino

Sino alla valle la pesante massa.

Ei nuovamente di tutta sua forza

Su la cacciava: dalle membra a gronde

Il sudore colavagli, e perenne

Dal capo gli salìa di polve un nembo.

D’Ercole mi s’offerse al fin la possa,

Anzi il fantasma: però ch’ei de’ numi

Giocondasi alla mensa e cara sposa

Gli siede accanto la dal piè leggiadro

Ebe, di Giove figlia e di Giunone,

Che muta il passo, coturnata d’oro.

Schiamazzavan gli spirti a lui d’intorno,

Come volanti augei da subitana

Tema compresi; ed ei fosco, qual notte,

Con l’arco in mano, e con lo stral sul nervo,

Ed in atto ad ognor di chi saetta,

Orrendamente qua e là guatava.

Ma il petto attraversavagli una larga

D’ôr cintura terribile, su cui

Storïate vedeansi opre ammirande,

Orsi, cinghiai feroci e leon torvi,

E pugne, e stragi, e sanguinose morti;

Cintura, a cui l’eguale, o prima o dopo,

Non fabbricò, qual che si fosse, il mastro.

Mi sguardò, riconobbemi, e con voce

Lugubre: “O”, disse, “di Laerte figlio,

Ulisse accorto, ed infelice a un’ora,

Certo un crudo t’opprime avverso fato,

Qual sotto i rai del Sole anch’io sostenni.

Figliuol quantunque dell’Egìoco Giove,

Pur, soggetto vivendo ad uom che tanto

Valea manco di me, molto io soffersi.

Fatiche gravi ei m’addossava, e un tratto

Spedimmi a quinci trarre il can trifauce,

Che la prova di tutte a me più dura

Sembravagli; ed io venni, e quinci il cane

Trifauce trassi ripugnante indarno,

D’Ermete col favore e di Minerva”.

Tacque, e nel più profondo Erebo scese.

Di loco io non moveami, altri aspettando

De’ prodi, che spariro, è omai gran tempo.

E que’ due forse mi sarien comparsi,

Ch’io più veder bramava, eroi primieri,

Teseo e Piritoo, glorïosa prole

Degl’immortali dèi. Ma un infinito

Popol di spirti con frastuono immenso

Si ragunava; e in quella un improvviso

Timor m’assalse, non l’orribil testa

Della tremenda Gòrgone la diva

Proserpina invïasse a me dall’Orco.

Dunque senza dimora al cavo legno

Mossi, e ai compagni comandai salirlo,

E liberar le funi; ed i compagni

Ratto il salìano, e s’assidean su i banchi.

Pria l’aleggiar de’ remi il cavo legno

Mandava innanzi d’Ocean su l’onde:

Poscia quel, che levossi, ottimo vento.

e così mi hanno preso in bottega!

Standard

E’ la prima volta che faccio una cosa del genere, nel senso di: investire economicamente ed emotivamente nella scrittura. Erano settimane che aspettavo il 6 novembre temendo di ricevere una mail che dicesse ‘siamo spiacenti tono cortese risultato non cambia’. E invece mi hanno presa. Alla Bottega di narrazione! E ora mi tocca mettermi a scrivere seriamente!! XDXD

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Mi sono candidata con un progetto embrionale di nome ‘Ruggine’ (dopo ‘Cenere’ sembra perfetto, no?) il cui incipit _molto provvisorio_ fa più o meno così:

Non mi piaceva toccare la ruggine, avevo paura che fosse contagiosa. Entrai in quella stanza in zona Maciachini a Milano, mio fratello aveva aperto la porta, io entrai e la prima cosa che vidi fu la finestra. Coperta di ruggine. Era quasi il tramonto, entrava una luce oleosa ed era pieno di particelle dorate di polvere. Faceva un caldo infernale, l’aria era completamente immobile, tutto era sospeso e io mi sentivo così, come una pala eolica ferma.

Tolsi la sciarpa, una di quelle vaporose che si portano in primavera, la tolsi con rabbia, soffocavo, e la usai per aprire la finestra senza toccarla. Entrò un alito di vento e vidi che c’erano due materassi per terra, una lampadina che pendeva tutta nuda dal soffitto. Guardai mio fratello.

– Andrà bene – dissi. – Andrà tutto bene – dissi.

Conobbi mio fratello quando eravamo già ragazzini, forse è per questo che odio mia madre, anche adesso che è morta. Al parco, in estate, con l’erba secca e i vecchi giochi dei bambini roventi di metallo. Era Sartre che diceva che alle tre del pomeriggio non si può fare niente, solo dormire? In estate è ancora peggio, c’è un sole che brucia gli occhi e i pensieri dietro agli occhi. Conobbi anche mio padre, quel giorno. Da qualche tempo mia madre era strana, ero piccola ma avevo capito che frequentava un uomo diverso dai soliti, uno che avrebbe anche potuto ammazzarla, forse ci speravo. Era mio padre, quello. – Ci siamo riavvicinati molto – mi disse portandomi al parco.

Quindi sapevo che l’uomo bello e vecchio coi lineamenti da pescatore era mio padre, e sapevo che il ragazzino con la maglietta nera era mio fratello. Erano tanti anni fa, provavo dei sentimenti confusi, ero un po’ tesa ma non d’aspettativa. A quel tempo nel mio stomaco era già nata la rabbia, mia madre l’aveva fatta nascere. Ero pronta a odiarli, avevo tutta l’anima rilassata e pronta a odiare.

Non mi ricordo cosa dissero per presentarci, ma mi ricordo il suono della sua voce. – Sono Luca – disse quel ragazzino, mio fratello, con una voce che mi fece vibrare le labbra mentre rispondevo che ero Laila. Luca e Laila, pensai, Laila e Luca. Forse prendemmo un gelato, certamente ignorai mio padre, quasi certamente anche mia madre. Ricordo solo che volevo bruciare.

Tornammo a casa tutti insieme. Mio padre e mio fratello avevano le valigie in macchina. Mia madre era di buon umore, per molte settimane si bucò con moderazione, non s’infuriò, non mi spense addosso cicche di sigaretta per dimostrarmi quanto fosse duro il mondo e la mia pelle iniziò a guarire. A volte preparò anche la colazione. Io passavo il tempo con Luca, mi faceva ascoltare i Nirvana. Lo amavo molto. Smisi di scarnificarmi, ricominciai ad andare a scuola. Fu una sciocchezza, come sempre, a far saltare i nervi a mia madre.

Era il nostro compleanno, mio e di Luca perché eravamo gemelli, così ci dissero. Era l’inizio di settembre, faceva ancora caldo e decisero di fare una festa in piscina. La piscina comunale, ovviamente, ce n’era una sola a F. Iniziarono a parlarne la settimana prima, a cena, si mangiavano spaghetti aglio olio e peperoncino. Non ne ho più mangiati, mai, neanche alle quattro della mattina dopo le feste, neanche se mi prendevano per il culo ferocemente. Li arrotolavo sulla forchetta e mi concentravo sui piccoli semi di peperoncino e i pezzetti d’aglio, tenevo gli occhi bassi. La cosa peggiore era sentirmi patetica, non ho mai smesso, dopo quel giorno, di sentirmi così. Piccola e inutile e patetica. Una festa in piscina. Non dissi niente finché mia madre mi diede un buffetto sulla spalla. Affettuoso.

– Domani andiamo a comprare un nuovo costumino, va bene tesoro?

Iniziai freneticamente a ingollare spaghetti e saliva, tutti mi guardavano, non ero abituata a mangiare in quattro, mi sembrava una folla, mi sembrava di essere un fenomeno da baraccone, ero così confusa, non riuscivo a pensare e dissi: – Ma mamma, le bruciature.

Osai sollevare lo sguardo, tremavo di vergogna. La sua faccia si deformò sotto i miei occhi, così familiare.

– Scusa – squittii pur sapendo che avrei fatto peggio solo che non riuscivo a fermarmi, era come una litania che impattava dallo stomaco alla gola scusa scusa scusa scusa. Per fortuna arrivò un ceffone ad arginare quello spettacolo pietoso. Poi un altro che mi fece cadere dalla sedia. Sputai spaghetti con l’aglio che mi raschiava la gola. In un attimo lei era sopra di me con quella faccia sudata e tesa, io mi voltai di lato per non vederla e incontrai gli occhi neri di Luca. Non distoglieva lo sguardo, era lì, fisso e immutabile. A ogni colpo il mio corpo vibrava tutto ma tornavo a voltarmi per trovare quegli occhi. Luca e Laila, pensavo mentre la mano si alzava, Laila e Luca quando la pelle bruciava e gli occhi piangevano la vista si annebbiava ma riuscivo sempre a intravedere gli occhi neri di mio fratello.

La prima volta che notai la ruggine, molti anni dopo, era sul treno per Milano scappando dal paese in cui giaceva, sepolto in giardino, nostro zio. Dapprima sulle rotaie, iniziai a notare che erano coperte di quella patina marrone aranciato metallico. Mi fece paura da subito, mi faceva formicolare la pelle di ribrezzo. Ora mi chiedo se in realtà non fosse sempre stata lì, o se invece non esistesse affatto, ma sono sofismi. Anche mio fratello la vedeva, glielo chiesi. Lo feci apposta.

Leggerino, no? :P Wish me good luck!!


Image: words…by kefirux

Compio 30 anni, torno in Italia, pubblico un libro

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Sono tornata ieri da un anno di volontariato in Spagna e sento già una nostalgia spappola cuore, oggi compio 30 anni (i nuovi 20, no?) e c’è un mio romanzo in giro per il web!

GRIFO, edito da Lettere Animate, è un romanzo fantasy medievale che racconta una guerra di religione. Prima c’era in giro solo l’ebook, ora si può avere anche la versione cartacea.

Ebook su Amazon a €1.99 [.mobi]

Ebook su BookRepublic a €1.99 [.epub]

Cartaceo su Amazon a €16.15

Lunghezza stampa: 265

Editore: Lettere Animate Editore

Pubblicazione: 7 luglio 2016

Isbn: 9788868827786

Asin: B01I4FG1VY

Il Re di Grifo è vecchio e stanco. L’Ecclesia è corrotta e sempre più il popolo si volge alla nuova eresia che giunge dal nord.

Irio dei Gastaldi, figlio cadetto del Re, brama il trono e complotta contro il fratello primogenito.

Figli degli Dei vogliono riconquistare il potere perduto. L’eretico Clodoveo Ventonero deve conquistare un regno alla sua fede.

CronoRea e Nineve, assoldati da Irio, muovono eventi che non comprendono appieno, parte pedine e parte giocatori, cercando di scrollarsi di dosso i dubbi e la morale.

Se hai un blog e sei interessato a far uscire una segnalazione/recensione scrivimi a elisa.emiliani.86 [@] gmail.com e ti mando volentieri l’ebook! :)

grifo-la-mappa-del-regno

Mappa by Marco Sevino

Incipit

1. L’uomo dell’Inquisizione

I

Erano alcuni anni ormai che il cuore gl’infuriava in petto mentre saliva al dodicesimo piano. Si concesse una breve sosta, aggrappandosi al bastone, prima di ripartire alla scalata della torre. Anche così sarebbe arrivato in anticipo al Concilium.

Giunto in cima rimuginò per l’ennesima volta sulla propria caparbia. Non poteva certo fingere di essere nel pieno della forza fisica, allora perché si ostinava a svegliarsi quando le allodole ancora tacevano e arrancare da solo per gli innumerevoli gradini che elevavano il Concilium sopra le teste dei comuni mortali?

La stanza circolare era stretta ma raggiungeva i cinquanta piedi di altezza. Guardare in alto gli dava le vertigini ma la vista indugiava raramente sulle travi massicce del soffitto, soffermandosi piuttosto sui rosoni di vetro piombato raffiguranti i Principi Generatori. Vita e Morte, Ordine e Caos osservavano la città di Streio dalla più alta delle sue torri e scrutavano il regno di Grifo determinandone il destino. O meglio solevano farlo quando l’Ecclesia non era minacciata da eresia e corruzione.

Lo scranno che aveva occupato per oltre mezzo secolo al tavolo divino si trovava tra Ordine e Morte, in corrispondenza dell’effige di Iusmet, la Santissima Dea della Giustizia. Era Lei la risposta ai suoi interrogativi, Lei il motivo per cui non osava cedere alla stanchezza. Ogni volta che sentiva le membra infiacchirsi e tremare sotto il peso della vecchiaia la Sua immagine gli dava forza. Non era pronto ad abbandonare il suo incarico, non ancora. Evaldo da Nivefonti, Figlio della Dea Iusmet della Giustizia doveva fare ancora molto per l’Ecclesia. Così sedette al suo posto per riprendere fiato e meditare. Raddrizzò la schiena e assunse l’espressione severa consona al suo ruolo, preparandosi ad affrontare i suoi pari.


Note doverose – o: Ringraziamenti

Grifo è ispirato a un gioco di ruolo. In un passato remoto, Rossana venne da me con un foglietto scarabocchiato, entusiasta, raccontandomi di aver avuto un’idea per un’ambientazione.

A quel tempo avevamo giocato a D&D, ma l’idea di Rossana era molto diversa. Così nacque Grifo, un gioco di ruolo narrativo. I personaggi del romanzo sono quelli che giocavamo, quindicenni, in quel di Faenza.

Quindi ringrazio Rossana, che oltre ad aver creato il mondo ha anche giocato Irio; Debora che impersonava Nineve; ovviamente l’immancabile Margherita/Rea e infine Laura che giocava la piccola Linetta. Crono, se ci fossero dubbi, era mio.

Il romanzo l’ho scritto io ma Ilenia si è prestata a infinite revisioni; Rossana ha aggiunto i suoi preziosi tagli di regia; Margherita mi ha aiutato a superare alcuni scogli di trama; Marco ha disegnato una mappa con abnegazione da amanuense. Mia madre mi ha stressato fin quando non l’ho finito, così come mio padre e le mie sorelle. Insomma, sarebbe davvero disonesto da parte mia parlare di Grifo come di un mio romanzo.

È il nostro romanzo, decisamente.