Buoni consigli di revisione, della #bottegadinarrazione

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Beh, la bottega ha stravolto la mia prospettiva sull’editing. Riporto un paio di consigli utili del weekend scorso.

  1. Pazienza!
  2. Lavorare frase per frase, parola per parola (e quando hai a che fare con i tutor della bottega capisci che è un consiglio da intendere in senso letterale).
  3. Attenzione alle ripetizioni non necessarie. Non alle ripetizioni di parole, ma di concetti, che sono comuni soprattutto nei commenti. Ad esempio: Aiuto! Grida Giacomino spaventato. Se una situazione suscita emozioni esplicitate verbalmente è inutile ripeterle.
  4. Il testo deve aggiungere informazioni, altrimenti è inutile.
  5. Chiedersi se è il momento giusto per dare un’informazione.
  6. Spezzare con a capo (che in termini cinematografici corrispondono a un piccolo spostamento della macchina da presa) e righe bianche (cambio scena).
  7. Controllare il significato della parole. Per esempio, con un dizionario etimologico in 5 volumi ^^
  8. Attenzione alle figure retoriche, da gestire con parsimonia.
  9. Ad esempio l’autocorrezione: dico una cosa e la preciso. Funziona da zoom per la storia, ma non bisogna abusarne.
  10. Esempio, i paragoni sono rischiosi (La donna arrabbiata come una iena strillava come un’aquila ^^). Controllarne la pertinenza. Attenzione ai paragoni con aggettivi che provengono da un ambito diverso.
  11. Obiettivo: non avere nessuna parola che non porti significato o non sia pertinente.

L’immagine in evidenza non c’entra assolutamente nulla, ma ho cercato ‘editing’ su Pixabay e mi è troppo piaciuta ^^ Si può fare una stiracchiata connessione con il concetto di pertinenza.

mefistofèlico

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Paròla


Una parola che mi ha sempre incuriosito, sono rimasta un po’ delusa dall’aver trovato così poco nel dizionario etimologico…

Mefistofèlico: aggettivo, relativo a Mefistole, diavolo delle leggende popolari tedesche.

Figurato: beffardo, maligno.

Da Mefistofele: antico e popolare nome del diavolo, sul cui significato si è invano sbizzarrita la fantasia degli etimologisti.

2. Era fortunato

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Branco


Era fortunato perché non erano professionisti, si diceva quando non riusciva a dormire perché la coperta lo pungeva, e si consolava perché voleva dire che non era poi passato così tanto tempo, se la sua pelle delicata da figlio di papà si irritava per la biancheria poco delicata. Se lo diceva spesso ma non rideva più. Avrebbe dovuto contare i giorni, fare delle tacche, era stato stupido. Neanche il suo compagno di cella si ricordava. Non era una cima, Stevan, veniva dalla Serbia e si era fatto tre guerre prima di compiere vent’anni. Forse la quarta l’aveva fatto diventare scemo, gli diceva Giuda. Stevan rideva. Poveraccio. Giuda pensava che i suoi lo sarebbero venuto a prendere, prima o poi. Questo non l’aveva detto a Stevan, che non era una cima. Era evidente e scontato, che non glielo dovesse dire. Ma ogni tanto, lì in cella, la notte, gli veniva una voglia pazza di dirglielo. Oh, Stevan, ti dico un segreto. Non lo devi dire a nessuno, capito? Sì, sì fratello, non lo dico a nessuno. I miei mi vengono a prendere. Non so quando ma presto. Ti porto fuori con me, capito?

E che cosa avrebbe detto, Stevan? Dalla sua reazione sarebbe dipeso molto. Il morale, la voglia di provarci. Perché se Stevan avesse pensato che non fosse vero Giuda ci sarebbe rimasto molto, molto male. Quindi glielo voleva dire per farsi coraggio, per farsi dire che era grandioso, che ce l’avrebbero fatta.

Giuda ricordava la vita prima di Stevan e delle sbarre e dei secondini che lo pigliavano a mazzate. Doveva essere quel soprannome che li istigava a farlo parlare. Altrimenti non avrebbero perso tempo con un ragazzino. Che cosa ne poteva sapere, lui, dei nascondigli della resistenza? Questo lo faceva sempre ridere, invece.