raccontino (su Orme Fantastiche di Catnip)

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E’ uscito un mio raccontino (‘Figlia’, ambientazione Grifo) per l’antologia Orme Fantastiche di CatNip.
Questa casa editrice è piccola, è digitale, onestissima e lavora bene.
Sette autori, sette racconti, sette mondi completamente diversi l’uno dall’altro. Sette sfaccettature di fantasy percorrono queste Orme Fantastiche, per chi ama il genere e per chi vuole conoscerlo meglio: dall’epico al dark, dall’urban allo steampunk, e così via, per tutti i gusti.
L’antologia costa €4.59 e si trova qui:
Copertina di Lucrezia Galliero

FRONTIERA .42 – Mi chiamo Azura Bint Firas

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Serie: FRONTIERA


Tra lacrime, dolore e sangue aspettava con angoscia quella sensazione di gioia di cui le aveva parlato sua madre. Ma non sentiva niente. Vedeva l’infermiera che lavava quel corpicino nuovo, una bambina, era una bambina. Socchiuse gli occhi, chiamando le lacrime calde perché si mischiassero al sangue e almeno mostrare i sintomi di un’emozione.

Dalmasso entrò mentre le porgevano la bambina, lavata, avvolta in un panno morbido.

“Voglio chiamarla Paola” disse. “Come mia madre. Paola Bint Azura, perché non dimentichi mai il suo nome.”

Dalmasso sedette al bordo del letto. Sorrideva in modo strano, tutto il suo volto era stravolto da uno sconquasso interiore che non riusciva a nascondere, o forse non voleva nascondere. Forse era di quelle cose di cui non ci si vergogna. Ti nasce un figlio, o una figlia, e puoi lasciarti andare. La tua faccia può deformarsi in una felicità mostruosa e nessuno ti giudicherà per questo.

“Che ne diresti di Paola Dalmasso Bint Azura?” chiese chinandosi ad accarezzare la piccola con un dito.

Azura gli spinse la bambina tra le braccia. “Tienila tu” disse e si girò chiudendo gli occhi.

Sul volto di lui passò appena un’ombra, ma continuò a sorridere. “Ma certo, dormi” disse accarezzandole i capelli sudati. Azura rimase immobile, i muscoli tesi, aspettando che finisse.

La lavarono, la vestirono con una tuta morbida che Dalmasso aveva scelto per lei. Le portarono un frullato di frutta e la convinsero a berlo. Poi sparirono tutti. Rimase solo l’infermiera, che si sarebbe presa cura della bambina. Non le avrebbero chiesto di allattare, si ripeteva Azura rigirandosi nel letto. Dalmasso aveva accennato un paio di volte al fatto che sua madre sospettava qualcosa e sarebbe stato crudele negarle di vedere la sua nipotina. Azura non aveva risposto. Negli ultimi mesi aveva scoperto che il silenzio e un’espressione triste erano molto efficaci nel prorogare questioni che non poteva affrontare. Ogni tanto guardava le tende cento per cento cotone colorato a mano e cercava di ricordare la camerata che aveva condiviso con gli omosessuali del C.I.D. Cosa avrebbero fatto loro, al posto suo? Si sforzò di immaginare un futuro possibile come moglie di Dalmasso. Benestante, con una suocera e una figlia, una carrozzina di marca, tacchi e cappotto. Fare shopping con Giulia. Mangeremo salmone tutti i giorni, pensò, e scoppiò a piangere.

Andò avanti per un paio di settimane, la bambina era graziosa. Dalmasso era felice. L’infermiera diceva che aveva la depressione post parto e Azura non la contraddiceva.

“La tua pagina eye-like sta perdendo follower” le disse un giorno Dalmasso. “Sai cosa vuol dire?” chiese sorridendo. Azura abbassò gli occhi. “Le acque si stanno calmando” continuò lui. “Appena te la senti possiamo rivolgerci a un buon avvocato, ho pensato a un collega di mio padre. E ho anche pensato che possiamo sposarci. Se vuoi” concluse grattandosi la nuca con una mano e reggendo la bambina con l’altra. Aveva un’espressione da adolescente sornione, un po’ imbarazzato.

Azura deglutì. “Sì, certo” disse prendendo il computer.

Sentì la mano di Dalmasso sulla sua spalla. “Davvero?”

Lei sorrise, una delle cose più difficili che le fosse capitato di fare, e posò la mano sopra quella di lui. “Certo” disse ancora.

Non appena Dalmasso si fu voltato riavviò il sistema in modalità criptata, ignorò la pagina eye-like e cercò invece tracce del messaggio che aveva consegnato a Maslov. Dapprima pensò di aver sbagliato, lanciò la ricerca una seconda volta e il risultato rimase quello. Il testo compariva in tanti siti, molti più di quanto si sarebbe aspettata. Alcuni blog addirittura lo pubblicavano sul web di superficie, con un paio di righe di presentazione. Un germe nel deep-web; un meme della rivoluzione; un’ispirazione per l’ambiente antagonista; una ragione per lottare. Stava diventando virale. Azura chiuse il computer con una sensazione tormentata di soddisfazione.

Quella stessa notte, nelle ore più fredde proprio prima dell’alba, si sentì sveglia come non era da tempo immemorabile. Dedicò un pensiero dolce alla bambina che dormiva nella stanza accanto e anche a Dalmasso che le aveva voluto bene. Sorrise perché non li doveva più odiare, nessuno dei due. Aprì il cassetto più remoto dell’armadio e ritrovò i suoi vecchi vestiti. Jeans e felpa, qualcuno li aveva lavati, anfibi. In cucina prese una bottiglietta d’acqua e un pezzo di pane, aprì la porta d’ingresso e se la richiuse lentamente alle spalle. L’aria fredda le si posò sulle guance come un richiamo inatteso di libertà.

Ci volevano quattro ore e tre quarti da Oulxs a Susa a piedi, ma lei si sarebbe fermata prima. Sarebbe arrivata prima dell’alba.

Più volte lungo la via il corpo tentò di ribellarsi. Le gambe cedevano all’improvviso, dei dolori atroci allo stomaco la facevano piegare in due. Ma lei si rialzava sempre e andava avanti, seguendo pensieri circolari. Non importavano giusto o sbagliato, la razionalità non poteva aiutarla. Dunque l’unica cosa sensata da fare era seguire l’impulso che l’aveva tenuta in vita fino ad allora. Il cervello si girava e rigirava, si contorceva in spirali danzanti ma la volontà era dritta come una freccia.

Il cielo iniziava appena a rischiarare la nebbia traslucida del mattino quando arrivò di fronte al cancello. Faceva paura, sembrava un buco nero. Si strinse le braccia al petto e aspettò sbattendo i piedi gelati. Pensò molte cose in poco tempo, fece un elenco delle persone che si era lasciata alle spalle. Poi la sua mente si fissò sull’unica persona che alle spalle non si poteva lasciare. Quando un soldato le venne incontro con un mitragliatore in mano lei sorrideva.

“Mi chiamo Azura Bint Firas” disse. “Sono venuta per costituirmi.”

Il cancello si aprì e la portarono dentro. Non lo sentì richiudersi. Ormai il mondo esterno e il suo confine non esistevano più. Per ora, si disse, per ora.

C’era una procedura ben definita che l’aspettava e che le riportò alla memoria ricordi assopiti. Pensò agli oleandri stentati sulla statale per Ravenna, si ricordò il caldo e il sudore. L’odore del magazzino del bar di sua madre e il freezer dei gelati.

Le assegnarono una branda, le diedero una coperta. Sarebbe stato un inverno duro. Non era nella sezione omosessuali, questa volta, e le altre donne l’accolsero con sguardi spenti. Azura si avvolse nella coperta e sedette sulla branda con la schiena appoggiata al muro. Era sciocco, probabilmente un meccanismo di difesa, qualcosa a che fare con l’istinto di sopravvivenza, ma provava l’eccitazione dei nuovi inizi. Forse erano gli ormoni che si riassestavano dopo la gravidanza. Passò qualche ora, non parlò con nessuno. Poi le fecero uscire. C’era il sole e un’aria cristallina che pungeva gli occhi.

Si guardò intorno, le panchine di metallo si amalgamavano al fango e alle recinzioni elettrificate in un tutt’uno. Solo un elemento premeva per uscire da quella vista desolata. Azura deglutì, sbatté le palpebre gelate e corse con le gambe indolenzite ad abbracciare suo fratello che la guardava senza capire. “Sono io” disse, “sono qui.”

Massi la strinse forte, poi si scostò e abbassò lo sguardo. “Hanno preso anche te.”

Azura gli strinse le mani. “Va tutto bene, la bambina è al sicuro. E noi siamo insieme.”

La mente cedette e smise di cercare risposte. Aveva abbandonato i genitori, due amanti, un caro amico, sua figlia. Ma suo fratello era tra le sue braccia. Il cuore batteva forte ma il respiro era regolare, i piedi ben piantati per terra mentre gli occhi scrutavano le recinzioni, le guardie, gli altri prigionieri. Punti deboli, potenziali alleati. Come avrebbe fatto senza Maslov?

“Non ci arrenderemo mai. Massi, ascoltami. Non importa quanto sarà difficile, quanto dovremo rischiare, chi ci lasceremo alle spalle. Non ci arrenderemo mai.”

Suo fratello si scostò per fissarla con un luccichio negli occhi. “Ho avuto il tempo di inviare un messaggio prima che mi disattivassero l’innesto.”

Azura lo guardò smarrita, poi capì. “Allora dobbiamo farci trovare pronti.”

Tornò a guardare il fango ghiacciato, i detenuti, le recinzioni. I ghirigori del caso avevano voluto che finissero tutti lì a condividere quella giornata di sole. Anche lei, per quanto si fosse dibattuta, nonostante tutti gli sforzi e le sofferenze che aveva sopportato invano, era grata del sole che le scaldava la pelle.

Fine.


Image: Revenge by Zephyri

FRONTIERA .41 – dietro quelle colline

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Serie: FRONTIERA


Si fermarono per mangiare e ripartirono senza ulteriori interferenze da parte del mondo esterno. I fagioli in scatola le lasciarono una bocca pastosa e insapore. Sperò di non vomitarli, perché non si potevano permettere di sprecare cibo. Mentre avanzava cercando a ogni passo di aggiustare i piedi per non farsi venire troppe vesciche si interrogava su come passare la frontiera, una volta arrivati. L’immaginazione la metteva davanti a una lunghissima recinzione di filo spinato pattugliata da uomini armati di mitra. Avrebbero dovuto aspettare il buio e scavalcare col favore delle tenebre. Non poteva essere più difficile che evadere dal C.I.D. Solo che non c’era Maslov, maledetto lui.

Era piccola e indifesa? Era una lupa feroce con un cucciolo in grembo? Un’orfana che cercava di salvare suo fratello. Immigrata, lesbica, evasa. Assassina. Inspirò profondamente. Mai più, pensò, non mi prenderanno mai più.

Il sole iniziava a tramontare sulla Statale 24 per Briancon quando si fermarono per mangiare. “L’ultima cena in questo paese del cazzo” commentò Azura aprendo una nuova scatola di fagioli.

Massi annuì.

“Il confine è dietro quelle colline, appena fa buio possiamo seguire il torrente.”

“Ok.”

Masticavano in silenzio. Ogni boccone era uno sforzo da mandare giù. Azura posò la sua scatoletta ancora piena.

Massi la guardò preoccupato. “Devi mangiare, sorella” disse accennando alla pancia.

“Non mi stressare anche tu, ho la nausea” rispose lei e si pentì immediatamente del tono duro con cui aveva parlato.

Massi finì la sua scatoletta in silenzio, poi agguantò quella aperta di Azura e iniziò a mangiare anche quella.

“In Francia prendiamo una bella crêpe, o anche due” le disse quando ebbe finito.

Azura sorrise. “O tre, una per uno” disse sentendo un’ondata di gioia colmarle la pancia vuota.

Massi si alzò. “Ok, andiamo a cercare una crêperie. Te la senti?”

Lei si aggrappò alla sua mano e si tirò in piedi. Dopo un attimo un’ondata di nausea la piegò a mezzo e si chinò a vomitare. “Cazzo.”

Suo fratello l’aiutò a sedersi sull’erba pulita e le si piazzò di fronte fissandola con le sopracciglia corrucciate.

“Sto bene” disse Azura cercando di rialzarsi, ma ebbe un capogiro e ripiombò seduta a terra.

Massi guardava per terra, ora, staccando ogni tanto un filo d’erba e sminuzzandolo tra le dita, con calma. “Tu aspettami qui” disse alla fine. C’era una falce di luna in cielo che gli faceva brillare gli occhi. “Io vado a vedere se si può passare. Intanto riposati” disse alzandosi. “Ascolta un po’ di musica” e le porse il lettore.

Azura cercò di protestare ma ebbe un nuovo conato e suo fratello si allontanò in fretta scomparendo nel buio.

Dopo qualche minuto iniziò a sentire l’aria della notte che si raffreddava e rabbrividì. Si alzò e pensò di raggiungere Massi, ma nel buio avrebbe potuto non vederlo e se lui fosse tornato indietro e non l’avesse ritrovata dove l’aveva lasciata avrebbero rischiato di girare a vuoto fino a mattina. Meglio risedersi e aspettare, ma il respiro le si strozzava in gola e non c’era niente che potesse fare per impedirlo. Il cielo la schiacciava sulla radura e l’odore acre dell’erba le riempiva le narici.

Sentì uno sparo e schiacciò il ventre a terra. Grida, latrati. Sentiva le vertigini sulla schiena come se le si rizzasse il pelo. Scoprì i denti e si lanciò verso gli alberi, sulle colline, nel buio.

Inghiottiva aria gelida e sentiva le gengive che si seccavano. Si morse la lingua e inghiottì sangue, annaspò nella terra per salire più in fretta. Le sue mani si aggrappavano agli arbusti, i piedi si puntellavano al suolo per scalare la collina e vedere.

Arrivò in cima a quattro zampe, sibilando sangue, gli occhi bollenti. C’erano delle luci elettriche, delle camionette. Filo spinato.

I brividi le impedivano di concentrare la vista, si aggrappò al tronco esile di un giovane albero. Suo fratello era in ginocchio, tre uomini gli puntavano addosso dei fucili. Gridavano. Attraverso una cortina lucida vide Massi alzare lentamente le mani e incrociarle dietro la nuca.

Un soldato gli si avvicinò, gli bloccò i polsi e lo trascinò in piedi. Azura respirò. Non l’ammazzavano. Lo vide scomparire dentro una camionetta. Lo portavano al C.I.D. di Susa. Fece per lanciarsi giù verso di lui, ma la mano non si staccò dall’albero. Respirò, si lasciò cadere a terra, si portò una mano al ventre e provò un odio denso come sangue raggrumato. Attraverso il cervello le passavano immagini rapide.

La camionetta partì in silenzio. Due uomini erano rimasti a terra, questo significava che ce n’era uno solo con Massi. A meno che qualcun altro fosse rimasto sulla camionetta durante tutta la scena. Quante probabilità c’erano? Si alzò di scatto. Doveva seguirli in qualche modo. Organizzare un agguato. Liberarlo prima che lo portassero nel campo. Chiamare Maslov.

Le tremavano le mani. Un soldato guardò nella sua direzione, ma non poteva vederla. Era nascosta dagli alberi. Però quello iniziò a salire la collina, verso di lei. Le sfuggì un singhiozzo, aveva gli occhi pieni di lacrime mentre si lanciava di corsa dall’altra parte. Non vedeva niente, non riusciva a respirare. Cadde a terra e si rotolò in posizione fetale. Intorno tutto era silenzioso. Cercò di concentrarsi ma i pensieri scivolavano sopra una superficie liscia di panico. Il suo corpo voleva scappare. Si alzò come un automa e gli occhi ripresero a funzionare. Era circondata da boscaglia secca, si trovava quasi ai piedi della collina. Poco sotto c’era la radura bagnata dalla luce della luna. Doveva evitarla, le disse l’istinto mentre iniziava a correre.

Si svegliò in preda al torpore, in un letto, con una luce morbida che filtrava dalle tende.

“Sei sveglia” disse Dalmasso.

Azura non si mosse. “Massi?”

Dalmasso si portò una mano agli occhi, era distrutta dai tagli. “Non si sa ancora niente.”

“Le tue mani.”

“Uhm” fece lui. “Non ne volevi sapere di lavarti e mangiare.”

Azura chiuse gli occhi. Aveva sonno. “Devo dormire”.

Dalmasso le rivolse un sorriso tirato e si tenne a distanza. “Ti sveglio se sento qualcosa.”

La porta si chiuse, era sola. Si rigirò su un fianco, le faceva male la schiena. Sul comodino vide l’ipod e il cuore le balzò in gola. L’aveva in tasca quando era tornata e Dalmasso gliel’aveva lasciato accanto. Prese le cuffie con le mani che tremavano e se le infilò nelle orecchie. C’era una musica lenta di pianoforte. Sul display scorreva la scritta: ‘Glenn Gould, Variazioni Goldberg’.

Gli occhi si appannarono, il corpo si rilassò. Poteva vivere così, pensò attraverso una cortina di nebbia, ascoltando la sua musica, incurante di se stessa, del proprio corpo, del figlio che portava in grembo. Lasciarsi vivere, così, dietro un velo di lacrime, senza soffrire, come se fosse già morta.


Image: Revenge by Zephyri

FRONTIERA .40 – dice che è pericoloso

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Serie: FRONTIERA


Suo fratello aveva sempre nel cervello la sua personalissima, certamente obsoleta ma a suo modo affascinante colonna sonora.

Quando gli chiedeva “Cosa ascolti?” lui rispondeva bisbigliando “Bach eseguito da Perahia” o qualcosa di altrettanto esoterico. Ma aveva un’espressione rapita, a volte le lacrime agli occhi e lei gli invidiava quello stato mistico di adorazione.

Secondo e-maps ci volevano 8:55 ore per andare a piedi da Oulx a Claviere. Non le piaceva essere esposta alla luce, la testa scattava in continuazione, a volte era la sua stessa ombra a farla sobbalzare. I turisti non sembravano farci caso ma agli occhi di Azura gli innesti lampeggiavano come abbaglianti nella notte. Le passò accanto una donna incinta che le sorrise. Azura si portò le mani al ventre e avanzò a testa bassa borbottando imprecazioni.

Non appena si lasciarono alle spalle le ultime costruzioni sentì nei muscoli una tensione diversa, diretta all’orizzonte un passo dopo l’altro. Guardò suo fratello. Aveva un’ombra sugli occhi, un’espressione che lo rendeva più adulto. Chissà che faccia aveva lei, pensò facendo una smorfia. Massi era sempre bello, però. Se lo immaginò in Svezia, con il colorito dolce caramello in mezzo al bianco latte. Avrebbe avuto molte spasimanti, di sicuro. E lei avrebbe partorito la sua bambina, che avrebbe avuto i capelli rossi e forse avrebbe trovato un’amica speciale con cui dividere una vita quieta. Quasi subito si chiese come stesse Tina, se fosse ancora viva, e i suoi genitori? Ma erano pensieri distanti, sbiaditi da una cortina di nebbia. Si sentì improvvisamente stanca e le palpebre si fecero pesanti sugli occhi, scaldate da un sole placido di fine estate.

“Sorella?”

Azura si riscosse.

“Maslov sta cercando di contattarmi, vuole parlare con te. Gli rispondo?”

Una fitta di nostalgia le scese nello stomaco, pensò per un momento a come sarebbe stato avere Maslov lì con loro e una sensazione di sicurezza e protezione le invase le membra facendole salire le lacrime agli occhi.

“Ok” annuì, tirò su col naso e si piantò le mani sui fianchi.

Gli occhi di Massimino si sfocarono, come se stesse guardando qualcosa di molto lontano.

“Dice che il nostro comunicato è piaciuto, lo stanno diffondendo.”

“Mi fa piacere” rispose Azura fissando suo fratello negli occhi. “Così siamo pari.”

“Dice di non fare la vigliacca, che ha ancora bisogno del tuo aiuto e che devi vendicare Tina.”

Azura sentì le sopracciglia che si tendevano e gli occhi si fecero grandi. “Che cosa hai detto?”

Massi chinò la testa. “Mi dispiace tanto, dice che l’hanno trovata nel suo appartamento, uccisa dalle percosse.”

Pensò al suo corpo sottile, a come le avevano violato il cervello con un innesto che non voleva. Le gambe cedettero e si trovò seduta a terra. Accanto a lei c’era un fiore giallo. Chissà se qualcuno aveva osato protestare, se ci sarebbe stato un processo. Se qualcuno dei ragazzi avrebbe messo volantini sui lampioni. Tina, 21 anni, uccisa dallo stato. O se tutti avrebbero avuto troppa paura, chinato la testa, ingoiato la bile.

Pensò che fino a pochi mesi prima una rabbia cieca l’avrebbe posseduta e si sarebbe unita all’organizzazione terroristica di Maslov, fino a farsi ammazzare a sua volta gridando libertà o vendetta, come qualche eroe d’altri tempi.

Si portò una mano al ventre. Ma ora? Tina, amore mio, mio dolcissimo amore. Si coprì il viso con le mani e iniziò a singhiozzare. Quando risollevò gli occhi suo fratello era ancora lì, con lo sguardo vacuo.

Azura puntellò le mani a terra e si alzò con un ringhio che le montava in gola. “Nessuno può chiamarmi vigliacca” sputò. “Tu meno di tutti” disse. “Dai Massi, andiamo.”

Suo fratello esitò un attimo e la seguì. “Dice che è pericoloso.”

“Ma va?”

“Mi sono disconnesso.”

“Bene.”


Image: Revenge by Zephyri

Figlia

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Il 10 giugno dell’anno scorso dicevo di aver scritto un racconto fantasy per catnip editore (concorso Orme fantastiche). Ebbene, pare che il mio raccontino sia stato selezionato per la raccolta!

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Si chiama ‘Figlia’ e inizia così:

L’eco che scivolava sulle pareti di pietra era come miele alle sue orecchie.

– Il re è morto! Il re è morto! – ascoltava Sibilla col sangue ancora vischioso sulle mani forti di guaritrice. Il pugnale l’aveva già ripulito, invece.

Sentì i passi frenetici della sorellastra e si acquattò in un angolo.

– Padre – singhiozzava Irinia. – Oh, padre mio.

Avesse sgozzato anche lei avrebbe fatto un favore al regno, ma non c’era più tempo.