FRONTIERA .42 – Mi chiamo Azura Bint Firas

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Serie: FRONTIERA


Tra lacrime, dolore e sangue aspettava con angoscia quella sensazione di gioia di cui le aveva parlato sua madre. Ma non sentiva niente. Vedeva l’infermiera che lavava quel corpicino nuovo, una bambina, era una bambina. Socchiuse gli occhi, chiamando le lacrime calde perché si mischiassero al sangue e almeno mostrare i sintomi di un’emozione.

Dalmasso entrò mentre le porgevano la bambina, lavata, avvolta in un panno morbido.

“Voglio chiamarla Paola” disse. “Come mia madre. Paola Bint Azura, perché non dimentichi mai il suo nome.”

Dalmasso sedette al bordo del letto. Sorrideva in modo strano, tutto il suo volto era stravolto da uno sconquasso interiore che non riusciva a nascondere, o forse non voleva nascondere. Forse era di quelle cose di cui non ci si vergogna. Ti nasce un figlio, o una figlia, e puoi lasciarti andare. La tua faccia può deformarsi in una felicità mostruosa e nessuno ti giudicherà per questo.

“Che ne diresti di Paola Dalmasso Bint Azura?” chiese chinandosi ad accarezzare la piccola con un dito.

Azura gli spinse la bambina tra le braccia. “Tienila tu” disse e si girò chiudendo gli occhi.

Sul volto di lui passò appena un’ombra, ma continuò a sorridere. “Ma certo, dormi” disse accarezzandole i capelli sudati. Azura rimase immobile, i muscoli tesi, aspettando che finisse.

La lavarono, la vestirono con una tuta morbida che Dalmasso aveva scelto per lei. Le portarono un frullato di frutta e la convinsero a berlo. Poi sparirono tutti. Rimase solo l’infermiera, che si sarebbe presa cura della bambina. Non le avrebbero chiesto di allattare, si ripeteva Azura rigirandosi nel letto. Dalmasso aveva accennato un paio di volte al fatto che sua madre sospettava qualcosa e sarebbe stato crudele negarle di vedere la sua nipotina. Azura non aveva risposto. Negli ultimi mesi aveva scoperto che il silenzio e un’espressione triste erano molto efficaci nel prorogare questioni che non poteva affrontare. Ogni tanto guardava le tende cento per cento cotone colorato a mano e cercava di ricordare la camerata che aveva condiviso con gli omosessuali del C.I.D. Cosa avrebbero fatto loro, al posto suo? Si sforzò di immaginare un futuro possibile come moglie di Dalmasso. Benestante, con una suocera e una figlia, una carrozzina di marca, tacchi e cappotto. Fare shopping con Giulia. Mangeremo salmone tutti i giorni, pensò, e scoppiò a piangere.

Andò avanti per un paio di settimane, la bambina era graziosa. Dalmasso era felice. L’infermiera diceva che aveva la depressione post parto e Azura non la contraddiceva.

“La tua pagina eye-like sta perdendo follower” le disse un giorno Dalmasso. “Sai cosa vuol dire?” chiese sorridendo. Azura abbassò gli occhi. “Le acque si stanno calmando” continuò lui. “Appena te la senti possiamo rivolgerci a un buon avvocato, ho pensato a un collega di mio padre. E ho anche pensato che possiamo sposarci. Se vuoi” concluse grattandosi la nuca con una mano e reggendo la bambina con l’altra. Aveva un’espressione da adolescente sornione, un po’ imbarazzato.

Azura deglutì. “Sì, certo” disse prendendo il computer.

Sentì la mano di Dalmasso sulla sua spalla. “Davvero?”

Lei sorrise, una delle cose più difficili che le fosse capitato di fare, e posò la mano sopra quella di lui. “Certo” disse ancora.

Non appena Dalmasso si fu voltato riavviò il sistema in modalità criptata, ignorò la pagina eye-like e cercò invece tracce del messaggio che aveva consegnato a Maslov. Dapprima pensò di aver sbagliato, lanciò la ricerca una seconda volta e il risultato rimase quello. Il testo compariva in tanti siti, molti più di quanto si sarebbe aspettata. Alcuni blog addirittura lo pubblicavano sul web di superficie, con un paio di righe di presentazione. Un germe nel deep-web; un meme della rivoluzione; un’ispirazione per l’ambiente antagonista; una ragione per lottare. Stava diventando virale. Azura chiuse il computer con una sensazione tormentata di soddisfazione.

Quella stessa notte, nelle ore più fredde proprio prima dell’alba, si sentì sveglia come non era da tempo immemorabile. Dedicò un pensiero dolce alla bambina che dormiva nella stanza accanto e anche a Dalmasso che le aveva voluto bene. Sorrise perché non li doveva più odiare, nessuno dei due. Aprì il cassetto più remoto dell’armadio e ritrovò i suoi vecchi vestiti. Jeans e felpa, qualcuno li aveva lavati, anfibi. In cucina prese una bottiglietta d’acqua e un pezzo di pane, aprì la porta d’ingresso e se la richiuse lentamente alle spalle. L’aria fredda le si posò sulle guance come un richiamo inatteso di libertà.

Ci volevano quattro ore e tre quarti da Oulxs a Susa a piedi, ma lei si sarebbe fermata prima. Sarebbe arrivata prima dell’alba.

Più volte lungo la via il corpo tentò di ribellarsi. Le gambe cedevano all’improvviso, dei dolori atroci allo stomaco la facevano piegare in due. Ma lei si rialzava sempre e andava avanti, seguendo pensieri circolari. Non importavano giusto o sbagliato, la razionalità non poteva aiutarla. Dunque l’unica cosa sensata da fare era seguire l’impulso che l’aveva tenuta in vita fino ad allora. Il cervello si girava e rigirava, si contorceva in spirali danzanti ma la volontà era dritta come una freccia.

Il cielo iniziava appena a rischiarare la nebbia traslucida del mattino quando arrivò di fronte al cancello. Faceva paura, sembrava un buco nero. Si strinse le braccia al petto e aspettò sbattendo i piedi gelati. Pensò molte cose in poco tempo, fece un elenco delle persone che si era lasciata alle spalle. Poi la sua mente si fissò sull’unica persona che alle spalle non si poteva lasciare. Quando un soldato le venne incontro con un mitragliatore in mano lei sorrideva.

“Mi chiamo Azura Bint Firas” disse. “Sono venuta per costituirmi.”

Il cancello si aprì e la portarono dentro. Non lo sentì richiudersi. Ormai il mondo esterno e il suo confine non esistevano più. Per ora, si disse, per ora.

C’era una procedura ben definita che l’aspettava e che le riportò alla memoria ricordi assopiti. Pensò agli oleandri stentati sulla statale per Ravenna, si ricordò il caldo e il sudore. L’odore del magazzino del bar di sua madre e il freezer dei gelati.

Le assegnarono una branda, le diedero una coperta. Sarebbe stato un inverno duro. Non era nella sezione omosessuali, questa volta, e le altre donne l’accolsero con sguardi spenti. Azura si avvolse nella coperta e sedette sulla branda con la schiena appoggiata al muro. Era sciocco, probabilmente un meccanismo di difesa, qualcosa a che fare con l’istinto di sopravvivenza, ma provava l’eccitazione dei nuovi inizi. Forse erano gli ormoni che si riassestavano dopo la gravidanza. Passò qualche ora, non parlò con nessuno. Poi le fecero uscire. C’era il sole e un’aria cristallina che pungeva gli occhi.

Si guardò intorno, le panchine di metallo si amalgamavano al fango e alle recinzioni elettrificate in un tutt’uno. Solo un elemento premeva per uscire da quella vista desolata. Azura deglutì, sbatté le palpebre gelate e corse con le gambe indolenzite ad abbracciare suo fratello che la guardava senza capire. “Sono io” disse, “sono qui.”

Massi la strinse forte, poi si scostò e abbassò lo sguardo. “Hanno preso anche te.”

Azura gli strinse le mani. “Va tutto bene, la bambina è al sicuro. E noi siamo insieme.”

La mente cedette e smise di cercare risposte. Aveva abbandonato i genitori, due amanti, un caro amico, sua figlia. Ma suo fratello era tra le sue braccia. Il cuore batteva forte ma il respiro era regolare, i piedi ben piantati per terra mentre gli occhi scrutavano le recinzioni, le guardie, gli altri prigionieri. Punti deboli, potenziali alleati. Come avrebbe fatto senza Maslov?

“Non ci arrenderemo mai. Massi, ascoltami. Non importa quanto sarà difficile, quanto dovremo rischiare, chi ci lasceremo alle spalle. Non ci arrenderemo mai.”

Suo fratello si scostò per fissarla con un luccichio negli occhi. “Ho avuto il tempo di inviare un messaggio prima che mi disattivassero l’innesto.”

Azura lo guardò smarrita, poi capì. “Allora dobbiamo farci trovare pronti.”

Tornò a guardare il fango ghiacciato, i detenuti, le recinzioni. I ghirigori del caso avevano voluto che finissero tutti lì a condividere quella giornata di sole. Anche lei, per quanto si fosse dibattuta, nonostante tutti gli sforzi e le sofferenze che aveva sopportato invano, era grata del sole che le scaldava la pelle.

Fine.


Image: Revenge by Zephyri

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