Bruciato

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Nel mio caso l’effetto deterrente non funzionava molto bene. Era una notte che diventava mattina e fissavo con ostinazione i piccoli crateri bruciati sulle mie mani. Ero arrivato alla mani. Nella penombra sembrava una fantasia a pois.

Vai a dormire, cretino, mi dicevo. Non mi sono mai amato molto. Vai a dormire che in quattro ore arriva la iena e devi essere riposato, mi dicevo. Però c’era l’iniettore laser proprio accanto alla poltrona. Era da alcune ore che lo fissavo a intermittenza. Lo sai che non dovresti, lo sapevo, i crateri ci mettevano un paio di mesi a cicatrizzarsi e anche quando lo facevano lasciavano la pelle butterata e nessuno voleva assumere un ammasso di tessuto cicatriziale maculato. Guardavo l’iniettore e sudavo freddo. Anche se in teoria per legge le compagnie non potevano discriminare nella realtà lo facevano eccome e io ero arrivato alle mani. Afferrai l’iniettore e mi sparai una dose di chetamina nel palmo.

– Tanto l’avresti fatto comunque, tossico di merda – biascicai squagliandomi sulla poltrona.

La mano era diventata un inferno miniaturizzato, c’era puzza di carne bruciata e un nuovo cratere sul mio corpo. E tutti lo sapranno.

– E allora fanculo – dissi allungandomi ad afferrare una sigaretta con la mano buona.

Feci un paio di tiri e controllai l’indicatore di nicotina innestato sul polso. Era sempre rosso fuoco, ultimamente. Fumatore, gridava. Fumatore forte. E tutti lo sapevano.

Mi svegliai sulla poltrona con la schiena piegata in quattro. Suonavano al campanello. Mi ricordai di quando la mattina facevo il saluto al sole. Tempi di merda. Mi appoggiai ai braccioli per alzarmi, la mano bruciata mi fece un male cane, ricascai sulla poltrona. Mi alzai con le gambe e andai ad aprire.

– Buongiorno raggio di sole – disse la iena. Aveva i capelli rosa ma mi voleva bene.

– A te – risposi dirigendomi a passo più o meno sicuro verso l’angolo cottura. Una parte periferica della mia mente notò che era sporco da fare schifo ma era una parte della mente facile da ignorare. Misi su il caffè.

– Non c’è tempo per quello – disse la iena. – Andiamo – e mi tirò per la mano.

– Ahio.

Andai.

Per fortuna era nuvoloso. Salimmo in macchina, scostai la spazzatura e mi misi sul sedile del passeggero.

– Dovevo sequestrarti l’iniettore.

Non suonò come un rimprovero, lo disse con dolcezza.

– Me ne avrebbero mandato un altro – risposi guardando distrattamente la periferia di Torino che sfumava dal finestrino. – Così vicini alla frontiera e così isolati – borbottai ricordando il sogno europeo andato in frantumi, l’Italia chiusa su se stessa e le eco fasciste dei telegiornali che suggerivano megalomanie di autosufficienza nazionale.

La iena non rispose, non che ci fosse da rispondere, era concentrata sulla strada per la Val di Susa alla velocità della luce.

– Questa volta ci siamo – disse.

– Sì.

– No, davvero, questo posto non lo trovano.

– Ok.

– Ti ricordi come si fa?

– Mi ricordo.

Una volta avevo una laurea in chimica industriale e la iena era convinta che potessi produrre anfetamina a livello industriale. Per la libertà dei tossici, diceva, tossici di tutt’Italia, unitevi! Sghignazzai.

Arrivammo a un capannone abbandonato tra le Prealpi e per un attimo ci credetti, che non l’avrebbero trovato. Dentro c’era un laboratorio raffazzonato e un paio di ragazzi che smanettavano con fiale e fornelli.

– Fate spazio al maestro – disse la iena. – Abbiamo 12 ore di buono.

A dire il vero era un miracolo che non ci avessero già arrestato, ma mi misi diligentemente al lavoro. La iena aveva dei contatti non meglio specificati, probabilmente scopava qualcuno in polizia. Doveva farlo bene perché quando arrivava la retata avevamo il tempo di scappare nei boschi. Quante volte era già successo, cinque? Sei? Avrei dovuto accontentarmi del sussidio, continuare a farmi con gli iniettori statali e smettere di innamorarmi di giovani tossiche rivoluzionarie che non me la davano. Invece continuai a lavorare perché tutto sommato se ce l’avessimo fatta ci saremmo fatti, forse avremmo fatto l’amore e avviato un mercato nero e la brava gente avrebbe potuto farsi senza portarsi in giro stigmate bruciacchiate sulla pelle. L’immunità definitiva dai benpensanti benguadagnanti integrati bastardi nazionalisti.

La chiamata arrivò che i cristalli avevano appena iniziato a solidificarsi. Quando sentii la suoneria feci un salto, era una roba tipo death metal. Mi voltai a guardare la iena che annuiva col cellulare appiccicato all’orecchio. Sembrava triste.

– Dobbiamo squagliare – disse.

Un ragazzo prese una tanica e iniziò a versare benzina dappertutto. Io sorridevo, me ne stavo fermo e bloccai il tizio prima che inquinasse i miei cristalli. Erano quattro vasche piccole.

– Piccole e trasportabili – dissi. Nessuno mi cagò.

Impilai le vasche con cautela, probabilmente avevo un ghigno stampato in faccia.

– Cosa ridi? – chiese la iena.

– Niente – dissi io. – Queste me le porto via.

Sulla sua faccia successe qualcosa. Gli occhi divennero enormi, la bocca si aprì in una o che mi distrasse per un secondo e finalmente chiese: – Sì?

– Sì.

Si fiondò a prendere due delle vasche. – Date fuoco a tutto e filate, ci vediamo nel solito posto – gridò ai ragazzi. – Per festeggiare – aggiunse.

I tizi iniziarono a gridare e saltellare in una danza piromane. Non avevo ancora imparato i loro nomi, per me erano tossico1 e tossico2, ma al ritrovo quella notte mi sarei presentato, oh sì sì sì.

La iena mi trascinò in macchina, appoggiò le vasche sui sedili posteriori, pericoloso, e partì a razzo. Era la prima volta che mi portava con lei in macchina, al rientro. La nostra relazione stava evolvendo. Per strada vedemmo un furgone dell’antidroga che andava verso la colonna di fumo, non sembrava che avessero molta fretta. Mi chiesi quanta altra gente lo facesse, quello che facevamo noi. Mi chiesi quanta gente facesse altre cose, cose culturali, tipo volantini, una volta ne avevo trovato uno per strada, era scritto da cani. Controllavo continuamente le vasche sui sedili dietro, sembrava che stessero bene e in una strana maniera, dopo un tempo infinito, sentii di appartenere a qualcosa.


Img: Off- Burntby DJKID

2 pensieri su “Bruciato

  1. Caspita. Amo il modo in cui scrivi, non c’è niente da fare. Questo è abbastanza diverso da “Ibrido”, ma vedo che ti destreggi bene anche col realismo. No, sul serio, mi è piaciuto un casino. Non so neanche come fartelo capire. XD

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