LIV 54 .: 8 :. Minestrone tiepido di verdure

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La stanza sfumava nello scuro dei mobili in ombra, illuminata solo dalla luce della cappa sui fornelli. Da un pentolino di acciaio si sollevava, a soffi lenti, vapore odoroso di minestrone di verdure.
Livia diede un’occhiata alla metà apparecchiata della tavola, appoggiandovi il piatto di riso bianco che aveva appena cucinato.
Il minestrone non lo aveva propriamente cucinato, era uno di quelli surgelati. Ma aveva aggiuto un avanzo di erbette al vapore della sera prima.

Mancava ancora qualche minuto. Lo assaggiò col cucchiaio di legno che aveva usato per staccare il riso dall’altra pentola. Aveva temuto che le erbette lo imputridissero e invece il sapore non era male. Le carote e i fagiolini salvavano anche il colore inframezzandosi al verde.

Si sedette e iniziò a mangiare il riso, tanto l’altro bolliva ancora.
Metteva spesso quella tovaglia da colazione quando mangiava da sola. Stampata a ciliege.

La tv restava spenta. Finiva col pensare sempre al lavoro anche mentre mangiava, lo sapeva, se ne rendeva conto. Ma le volte che aveva creduto di distrarsi con qualche programma televisivo, aveva in realtà rimandato a dopo. Le era toccato poi a letto di guardare il carosello mimato delle memorie della giornata, che gira e gira e non ti lascia addormentare.

Squillò il telefono, era ancora nella borsetta di là nell’ingresso.
Spense il fornello.
Era Manuel, sorrise.

Quando tornò, il minestrone era tiepido. Lo mise a tavola e lo mangiò dalla pentola. Almeno non si sarebbe freddato del tutto.
Ora pensava a Manuel. Non c’era speranza che cambiasse lavoro. Gli piaceva e non esisteva una versione uguale sotto casa, senza trasferte. Si sentiva nei panni giusti, come chiedergli di cambiare?
Lei piuttosto, forse, doveva pensarci. Andava tutto bene, niente grossi guai, nienti grandi aumenti. Un po’ di straordinari, anche un po’ di soddisfazioni. Di certo si era fatta la pelle più dura, per così dire, in quegli anni. Andava abbastanza fiera dei suoi calli.
“Ma…ieri era estate e adesso è già ottobre, quando esco dall’ufficio è buio, avrei voglia di uscire, di andare in palestra, ma sono stanca. E ho mangiato crackers e semi di zucca a pranzo se no il mio stomaco si gonfiava già alle due del pomeriggio. Dovrei tornare dal medico. Dovrei trovare lavoro più vicino a casa, cinquantaquattro kilometri al giorno forse sono troppi. C’è chi ne fa di più. E digerisce il pranzo. Fanculo. Cosa altro potrei fare?
Se devo fare lo stesso lavoro da un’altra parte sarà solo più fatica capire come muovermi e poi sarà di nuovo uguale. Vicino a casa non ci sono aziende.
Siamo in affitto, ci potremmo anche spostare.
Una cosa alla volta.”

Uscì dalla cucina. Tornò con il portatile e il cavo per attaccarlo alla corrente. Aveva in mente di stare su internet fino a che non ne venisse una buona idea. O almeno le venisse sonno.

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