HMS Coral ~ 11 ~ Righe spezzate a spina di pesce

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Stelle sparse e brillanti, non potevo ordinarle nelle figure che cercavo. Nessun nessuna orsa, nessun drago. Rimasi sospeso a inalare aria calda, espirare umidità.

Piano piano, un ragazzo in uniforme militare emerse dalla mia memoria. Appena figuratosi, si affacciò all’altezza dell’epiglottide, a dirmi che forse, ero a Sud, molto a Sud dell’equatore.

Ricordai, mi venne il vomito, strinsi pugno di terra raspando per ruotarmi sul fianco. Vomitai. Nessun dolore lancinante al petto, strano.

Mi tastai la base del collo, sentii una serie di asperità concatenarsi lungo le clavicole verso le spalle. Portai alle labbra il palmo che aveva tastato le cicatrici, mi aspettavo del sangue. Era umido solo di sudore. Notai allora che il dorso era segnato di nero, righe spezzate a spina di pesce fino alle nocche. Anche l’altra mano era segnata. Strofinai la pelle… mi avevano tatuato.

Scostai le pelli conciate che mi coprivano. Piccoli archi neri disegnavano squame stilizzate sui miei fianchi fino al costato. Erano in percettibile rilievo.

Stavo per toccarmi il viso, terrorizzato di sentire altri rilievi, quando scorsi una donna. Doveva essere stata poco distante tutto il tempo. Si avvicinò a passi accovacciati, portandomi una mano callosa dietro la nuca e una coppa di acqua alla bocca. Un nodo in gola voleva stupidamente domandare alla donna dove sono? come sono arrivato qui? Lo sciolsi deglutendo. Acqua dolce. Ricordavo abbastanza della prigionia da sapere che era inutile la conversazione. Ancora acqua. Poi mi guardai intorno in cerca di cibo. Fissai alcune piccole uova bianche che stavano su un cesto piano. Con mia grande gioia la donna prese le uova e me le offrì.

Qualcosa stava cambiando, ora mi nutrono come un uomo, non come un animale odiato gettato in una fossa a marcire. Mi versai il contenuto del primo uovo in bocca, viscido, buonissimo. Riuscii a ingurgitarne tre, poi capii che il mio stomaco non avrebbe retto altro e mi fermai, non volevo certo vomitare quel ben di dio.

Mi fermai a guardare la donna benevola. Mi disse qualche sua parola, ma tanto non capivo. Aveva i fianchi larghi, i seni abbondanti e lunghi. Doveva avere avuto figli, tanti. Zigomi sporgenti. E quegli occhi. L’orlo umido, l’iride scura come la notte. Denti di avorio. Forse era il taglio obliquo delle palpebre o l’espressione materna del suo sguardo ad attrarmi e a impedirmi resistenza. Stavo già cadendo, il bordo dei suoi occhi era un lago dal contorno brillante e io cadevo, cadevo, nel calore del sonno.

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