I reietti dell’altro pianeta di Ursula Le Guinn

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Ho appena finito questo romanzo di Ursula Le Guinn che ha vinto il premio Nebula E il premio Hugo. Sin dalle prime pagine è stato estremamente difficile staccarmi dalle vicende di Shevek e dei due pianeti gemelli (uno capitalista e l’altro anarchico).

Ho sottolineato alcuni passaggi (a penna, scusa sorella, quando l’ho preso in prestito senza chiederti il permesso non immaginavo di scarabocchiarlo eheheh Comunque, tanto siamo già tra parentesi, volevo solo dire che è veramente carino fare un’orecchia per segnare la pagina e accorgersi che c’era già un’orecchia, che qualcuno si era fermato allo stesso punto della lettura…). Bene, a noi!

Discutevano perché amavano le discussioni, amavano la rapida corsa della mente libera lungo i sentieri delle possibilità, amavano mettere in dubbio ciò che non veniva mai messo in dubbio.

[…]

Probabilmente non si sarebbe mai avviato lungo quell’impresa pluriennale se non avesse avuto la fonda certezza che fosse possibile il ritorno, anche se egli stesso non fosse dovuto ritornare: che in realtà nella natura stessa del viaggio, come in una circumnavigazione del globo, era implicito il ritorno. Non scenderai due volte allo stesso fiume, né potrai tornare nuovamente a casa. Ed egli lo sapeva: anzi, era questa la base della sua visione del mondo. Eppure, da una simile accettazione della transitorietà, egli aveva sviluppato la sua vasta teoria, in cui ciò che è più mutabile veniva mostrato essere più pieno di eternità, e in cui la tua relazione con il fiume, e la relazione del fiume con te, e con te stesso, risulta essere insieme più complessa e più rassicurante di una mera mancanza di identità. Tu puoi davvero tornare a casa, così afferma la Teoria Temporale Generale, purché tu comprenda che <<casa>> è un luogo in cui non sei mai stato.

[…]

L’idea è come l’erba. Brama la luce, ama le folle, s’irrobustisce con gli incroci, cresce più forte se la si calpesta.

[…]

Il decentramento era stato un elemento essenziale nei progetti di Odo per la società ch’ella non poté mai vedere. Ella non aveva avuto intenzione di de-urbanizzare la civiltà. Anche se aveva suggerito che il limite naturale delle dimensioni di una comunità stava nella dipendenza dalla regione immediatamente circostante per ottenere il cibo e l’energia che le erano indispensabili, ella pensava che tutte le comunità dovevano essere collegate da reti di comunicazione e di trasporto, in modo che le merci e le idee potessero accorrere dove erano richieste, l’amministrazione potesse operare con semplicità e velocità, e tutte le comunità potessero giovarsi degli scambi reciproci. Ma la rete non doveva essere diretta dall’alto. Non ci doveva essere nessun centro di controllo, nessuna capitale, nessuna sede in cui potesse instaurarsi il meccanismo autoriproducentesi della burocrazia e potesse stabilirsi l’impulso di dominio di individui che cercassero di diventare capitani, comandanti, capi di stato.

[…]

Cercò di leggere un testo elementare di economia […]nei riti dei cambiavalute, in cui si dava per assodato che l’ingordigia, l’ignavia e l’invidia fossero gli unici moventi degli atti umani, perfino il terribile diveniva banale.

[…]

– Non ha niente a che vedere con l’eternità – disse Shevek, sorridendo: un uomo magro e irsuto di argento e di ombra. – La sola cosa che devi fare, per vedere la vita nella sua totalità, è di guardarla in quanto mortale. Io morirò; tu morirai; altrimenti, come potremmo amarci diversamente? Il sole sta in ogni momento per scoppiare, altrimenti non potrebbe continuare a brillare.

 

 

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