Robert Marcuse, L’uomo a una dimensione [citazioni]

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Robert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Giulio Einaudi editore, Torino, 1999

One-Dimensional Man, Beacon Press, Boston, 1964

Introduzione. La paralisi della critica: la società senza opposizione

Le capacità (intellettuali e materiali) della società contemporanea sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state, e ciò significa che la portata del dominio della società sull’individuo è smisuratamente più grande di quanto sia mai stata. [p. 4]

Il fatto che la maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole. […] Gli uomini debbono rendersene conto e trovare la via che porta dalla falsa coscienza alla coscienza autentica, dall’interesse immediato al loro interesse reale. Essi possono far questo solamente se avvertono il bisogno di mutare il loro modo di vita, di negare il positivo, di rifiutarlo. È precisamente questo bisogno che la società costituita si adopera a reprimere, nella misura in cui essa è capace di “distribuire dei beni” su scala sempre più ampia e di usare la conquista scientifica della natura per la conquista scientifica dell’uomo. [pp. 7-8]

L’uomo a una dimensione oscillerà da capo a fondo tra due ipotesi contraddittorie: 1) che la società industriale avanzata sia capace di reprimere ogni mutamento qualitativo per il futuro che si può prevedere; 2) che esistano oggi forze e tendenze capaci di interrompere tale operazione repressiva e far esplodere la società. […] La situazione potrebbe essere modificata da un incidente, ma, a meno che il riconoscimento di quanto viene fatto e di quanto viene impedito sovverta la coscienza e il comportamento dell’uomo, nemmeno una catastrofe produrrà il mutamento. [p. 9]

In questa società l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. [p. 9]

Di fronte ai tratti totalitari di questa società, la nozione tradizionale della “neutralità” della tecnologia non può più essere sostenuta. [p. 10]

La società a una dimensione

1. Le nuove forme di controllo

Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico. [p. 15]

[…] una società che pare sempre meglio capace di soddisfare i bisogni degli individui grazie al modo in cui è organizzata. Una simile società può richiedere a buon diritto che i suoi principi e le sue istituzioni siano accettati come sono, e ridurre l’opposizione al compito di discutere e promuovere condotte alternative entro lo status quo. [p. 16]

In virtù del modo in cui ha organizzato la propria base tecnologica, la società industriale contemporanea tende ad essere totalitaria. Il termine totalitario, infatti, non si applica soltanto ad una organizzazione politica terroristica della società, ma anche ad una organizzazione economico-tecnica, non terroristica, che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti. Essa preclude per tal via l’emergere di una opposizione efficace contro l’insieme del sistema. Non soltanto una forma specifica di governo o dominio partitico producono il totalitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e di distribuzione, sistema che può essere benissimo compatibile con un ‘pluralismo’ di partiti, di giornali, di ‘poteri controbilanciantisi’, ecc. [p. 17]

La civiltà industriale contemporanea mostra di aver raggiunto lo stadio in cui ‘la libera società’ non può più essere definita adeguatamente nei termini tradizionali delle libertà economiche, politiche ed intellettuali; non perché queste libertà siano divenute insignificanti, ma perché hanno un significato troppo ricco per confinarlo entro le forme tradizionali. Occorrono nuovi modi di realizzazione, tali da corrispondere alle nuove capacità della società. Codesti nuovi modi possono venire indicati solo in termini negativi poiché equivarrebbero alla negazione dei modi che oggi prevalgono. In tal senso, libertà economica significherebbe libertà dalla economia, libertà dal controllo di forze e relazioni economiche […] Del pari la libertà intellettuale equivarrebbe alla restaurazione del pensiero individuale, ora assorbito dalla comunicazione e dall’indottrinamento di massa […] [p. 18]

I bisogni ‘falsi’ sono quelli che vengono sovrimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la sua repressione […] Il risultato è pertanto un’euforia nel mezzo dell’infelicità. La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni. [p. 19]

[…] in che modo delle persone che sono state l’oggetto di un dominio efficace e produttivo possono creare da sé le condizioni della libertà?

Quanto più l’amministrazione repressiva della società diventa razionale, produttiva, tecnica, tanto più inimmaginabili sono i mezzi edi modi mediante i quali gli individui amministrati potrebbero spezzare la loro servitù e conseguire la propria liberazione. [pp. 20-21]

Qui i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare sino all’istupidimento, quando ciò non è più una necessità reale; il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libertà di concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari. [p. 21]

Il rifiuto intellettuale ed emotivo di ‘allinearsi’ sembra essere un segno di nevrosi e di impotenza. [p. 23]

L’idea di una ‘libertà interiore’ appare qui nella sua realtà: essa designa lo spazio privato in cui l’uomo può diventare e rimanere ‘se stesso’.

Oggi questo spazio privato è stato invaso e sminuzzato dalla realtà tecnologica. […] Il risultato non è l’adattamento ma la mimesi: un’identificazione immediata dell’individuo con la sua società […]

In questo processo la dimensione ‘interiore’ della mente, in cui l’opposizione allo status quo può prendere radice, viene dissolta. La perdita di questa dimensione […] è il correlato ideologico dello stesso processo materiale per mezzo del quale la società industriale avanzata riduce al silenzio e concilia con sé l’opposizione. [pp. 24-25]

E’ un buon modo di vivere – assai migliore di un tempo – e come tale milita contro un mutamento qualitativo. Per tal via emergono forme di pensiero e di comportamento a una dimensione in cui idee, aspirazioni e obbiettivi che trascendono come contenuto l’universo costituito del discorso e dell’azione vengono o respinti, o ridotti ai termini di detto universo. [p. 26]

L’avvento di tale realtà a una dimensione non significa peraltro che il materialismo regni, e che le attività spirituali, metafisiche e bohémiennes stiano svanendo. […] Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pratico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica. [pp. 27-28]

Al di sotto della sua ovvia dinamica di superficie, questa società è un sistema di vita continuamente statico, che si tiene in moto da solo con la sua produttività oppressiva e la sua benefica coordinazione. Il contenimento del progresso tecnico dà la mano allo sviluppo di questo nella direzione stabilita. […] Le aree più avanzata della società industriale mostrano da cima a fondo questi due tratti: una tendenza alla piena realizzazione della razionalità tecnologica, e sforzi intensivi per contenere tale tendenza entro le istituzioni stabilite. Ecco la contraddizione interna di questa civiltà, l’elemento irrazionale nella sua razionalità. [p. 31]

La più alta produttività del lavoro può venir usata per perpetuare il lavoro e la fatica, e l’industrializzazione più efficiente può servire a limitare ed a manipolare i bisogni.

Quando si raggiunge questo punto, la dominazione – sotto specie di opulenza e di libertà – si estende a tutte le sfere dell’esistenza privata e pubblica, integra ogni opposizione genuina, assorbe in sé ogni alternativa. La razionalità tecnologica rivela il suo carattere politico allorché diventa il gran veicolo d’una dominazione più efficace, creando un universo veramente totalitario in cui società e natura, mente e corpo sono tenuti in uno stato di mobilitazione permanente per la difesa di questo stesso universo. [p. 32]

2. La chiusura dell’universo politico

La negazione, insomma, esiste prima del mutamento, e la nozione che le forze storiche liberatrici si sviluppano entro la società costituita è una pietra angolare della teoria marxiana.

Ora è precisamente questa nuova coscienza, questo ‘spazio interno’ – il solo in cui possa attuarsi la pratica storica trascendente – ad essere escluso da una società in cui i soggetti come gli oggetti costituiscono strumenti in un tutto che ha la sua raison d’etre nei successi della sua strapotente produttività. La sua promessa suprema è una vita sempre più confortevole per un numero sempre più grande di persone, le quali, in senso stretto, non sanno immaginare un universo di discorso e d’azione qualitativamente differente, poiché la capacità di contenere e manipolare l’immaginazione e lo sforzo sovversivi è parte integrante della società data. [pp. 37-38]

La stessa organizzazione tecnologica che tende a produrre una comunità di macchine al lavoro genera pure una più vasta interdipendenza che finisce per integrare il lavoratore nella fabbrica. Si nota, da parte dei lavoratori, il ‘vivo desiderio’ di ‘partecipare alla soluzione di problemi produttivi’, un ‘desiderio di impegnarsi attivamente per applicare il proprio cervello a problemi tecnici e produttivi, che è precisamente ciò che la tecnologia richiede [Charles & Walker, pp. 213 seg. Automobile workers and the american dream, Doubleday, Garden city, 1955, passim]’. [p. 44]

Il nuovo mondo tecnologico del lavoro porta in tal modo a indebolire la posizione negativa della classe lavoratrice: questa non appare più come la contraddizione vivente della società costituita. […] I padroni e i proprietari capitalisti vanno perdendo la loro identità come agenti responsabili, per assumere la funzione di burocrati nella macchina delle corporations. [p. 45]

Gli schiavi della civiltà industriale sviluppata sono schiavi sublimati, ma sono pur sempre schiavi, poiché la schiavitù è determinata ‘non dall’obbedienza, né dall’asprezza della fatica, bensì dallo stato di strumento e dalla riduzione dell’uomo allo stato di cosa [Francois Perroux, La Coexistence pacifique, Press Universitaires de France, Paris, 1958. Trad. it. La coscienza pacifica, Einaudi, Torino, 1961]’. [p. 46]

Un circolo vizioso sembra davvero l’immagine più adeguata per una società che si va espandendo e perpetuando nella direzione che essa stessa ha prestabilito, spinta da crescenti bisogni che genera e che al tempo stesso mira a contenere. [p. 47]

[…] non v’è alcuna ragione di insistere sulla autodeterminazione quando la vita amministrata è così confortevole, è anzi la ‘buona’ vita. È questo il terreno razionale e materiale su cui si fonda l’unificazione degli opposti, il comportamento politico unidimensionale. Su questo terreno le forze politiche trascendenti che esistono entro la società sono bloccate, ed un mutamento qualitativo appare possibile soltanto come mutamento proveniente dall’esterno. [p. 63]

3. La conquista della coscienza infelice: la desublimazione repressiva

In questo capitolo certe nozioni e immagini chiave della letteratura, ed il loro destino, serviranno ad illustrare come il progredire della razionalità tecnologica stia liquidando gli elementi d’opposizione e di trascendenza insiti nella ‘alta cultura’. Essi soccombono di fatto al processo di desublimazione che prevale nei settori avanzati della società contemporanea. [p. 69]

Quel che si verifica ora non è tanto il degenerare dell’alta cultura in cultura di massa, quanto la confutazione della prima da parte della realtà. [p. 69]

L’alta cultura, certo, è sempre stata in contraddizione con la realtà sociale […]. Ai giorni nostri l’aspetto nuovo è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura e realtà sociale, tramite la distruzione dei nuclei d’opposizione, di trascendenza, di estraneità contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali essa costituiva un’altra dimensione della realtà. Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni non ha luogo mediante la negazione ed il rigetto dei ‘valori culturali’, bensì mediante il loro inserimento in massa nell’ordine stabilito, mediante la loro riproduzione ed esposizione su scala massiccia. [pp. 69-70]

Mescolando armoniosamente, e spesso in modo inavvertibile, arte, politica, religione e filosofia con annunci pubblicitari, le comunicazioni di massa riducono questi regni della cultura al loro denominatore comune – la forma di merce. [p. 70]

Questa assimilazione dell’ideale alla realtà fa fede della misura in cui l’ideale è stato superato. [p. 71]

L’alta cultura diventa parte della cultura materiale, e perde, nel corso della trasformazione, la maggior parte della sua verità. [p. 71]

In contrasto al concetto marxiano, che rimanda al rapporto dell’uomo con se stesso e con il proprio lavoro nella società capitalistica, la alienazione artistica consiste nella trascendenza consapevole dell’esistenza alienata; si si tratta di una alienazione mediata, di ‘ordine superiore’. [p. 73]

Le immagini tradizionali dell’alienazione artistica sono in effetti romantiche nella misura in cui sono esteticamente incompatibili con la società che si va sviluppando. L’essere incompatibili con questa è il segno della loro verità. [p. 73]

La verità della letteratura e dell’arte è sempre stata accettata (posto sia mai stata accettata) come una verità di ordine ‘superiore’, che non doveva turbare e invero non turbava l’ordine economico. Quel che è mutato nel periodo contemporaneo è la differenza che prima esisteva tra i due ordini e le loro verità. Il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendone i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza.

Prima che questa riconciliazione culturale fosse in atto la letteratura e l’arte erano essenzialmente alienazione; esse alimentavano e proteggevano la contraddizione, la coscienza infelice del mondo diviso, le possibilità frustrate, le speranze non realizzate, e le promesse tradite. Erano una forza razionale, cognitiva, volta a rivelare una dimensione dell’uomo e della natura che era repressa e respinta nella realtà. La loro verità stava nell’illusione evocata, nel loro insistere a creare un mondo in cui il terrore della vita era richiamato e sospeso, dominato da un atto di ricognizione. È questo il miracolo del capolavoro; è la tragedia, sostenuta sino all’ultimo, e la fine della tragedia, la sua soluzione impossibile. Vivere il proprio amore e il proprio odio, vivere ciò che si è, significa sconfitta, rassegnazione e morte. I crimini della società, l’inferno che l’uomo ha costruito per l’uomo, diventano indomabili forze cosmiche. [pp. 74-75]

Nella forma dell’opera la situazione esistente è collocata in un’altra dimensione, dove la realtà data si mostra per quel che è. In tal modo essa dice la verità intorno a se stessa; il suo linguaggio cessa di essere il linguaggio dell’inganno, dell’ignoranza e della sottomissione. La finzione narrativa chiama i fatti per nome ed il regno di questi va a rotoli: la narrativa rovescia l’esperienza quotidiana e mostra come questa sia falsa e mutilata. Ma l’arte possiede questo magico potere soltanto come il potere della negazione. Essa può parlare il proprio linguaggio solo finché sono vive le immagini che rifiutano e confutano l’ordine costituito. [p. 75]

La realtà tecnologica in sviluppo scalza non soltanto le forme tradizionali ma le basi stesse dell’alienazione artistica, ovvero tende ad invalidare non solamente certi ‘stili’ ma pure la sostanza stessa dell’arte. [p. 75]

Il posto dell’opera d’arte in una cultura pretecnologica a due dimensioni è ben diverso da quello che essa possiede in una civiltà ad una dimensione, ma l’alienazione caratterizza tanto l’arte che afferma quanto l’arte che nega.

La distinzione decisiva […] è quella tra la realtà artistica e la realtà sociale. La rottura con quest’ultima, la capacità di trascendere sul piano magico o razionale, è un tratto essenziale fin dall’arte più ‘positiva’; essa è alienata anche nei confronti del pubblico al quale si rivolge. […]

Ritualizzata o no, l’arte contiene la razionalità della negazione. Nelle sue posizioni più avanzate, essa rappresenta il Grande Rifiuto, la protesta contro ciò che è. [p. 76]

L’alta cultura’ in cui questa alienazione si celebra ha i propri riti ed il proprio stile. Il salone, il concerto, l’opera, il teatro sono progettati per creare ed invocare un’altra dimensione della realtà. Per frequentarli occorre prepararsi come per una festa; essi escludono e trascendono l’esperienza quotidiana.

Ora questa lacuna essenziale tra le arti e l’ordine sociale in atto, tenuta aperta dall’alienazione artistica, viene progressivamente colmata dalla società tecnologica in espansione. Con la sua graduale scomparsa, il Grande Rifiuto viene a sua volta rifiutato; l’altra dimensione’ viene assorbita nello stato di cose prevalente. [pp. 76-77]

Ogni forma di dominio ha la sua estetica, ed il dominio democratico ha la sua estetica democratica. È bene che quasi tutti possano ora avere le belle arti a portata di mano, solo che girino una manopola, o mettano piede nel supermercato. Nel corso di tale diffusione, tuttavia, esse diventano ingranaggi d’una macchina culturale che riforma per intero il loro contenuto. [p. 78]

E poiché la contraddizione è opera del Logos, è confronto razionale di ‘ciò che non è’ con ‘ciò che è’, essa deve avere un mezzo di comunicazione. La lotta per questo mezzo, o piuttosto la lotta volta ad impedire il suo assorbimento nella singola dimensione predominante, è palese negli sforzi dell’avanguardia di creare un’estraneazione che renderebbe di nuovo comunicabile la verità artistica. [p. 79]

Avviene tuttavia che la mobilitazione totale di tutti i ‘media’ per la difesa della realtà stabilita abbia coordinato tra loro i mezzi d’espressione al punto che la comunicazione di contenuti diventa tecnicamente impossibile. Lo spettro che ha ossessionato la coscienza artistica sin dai tempi di Mallarmè – l’impossibilità di parlare un linguaggio non reificato, di comunicare il negativo – non è più uno spettro: è diventato una realtà materiale. [p. 81]

Gli sforzi per ridar vita al Gran Rifiuto nel linguaggio letterario sono condannati ad essere assorbiti da ciò che intendono confutare. […] Il fatto che siano così assorbiti è giustificato dal progresso tecnico; il rifiuto è confutato dall’alleviamento della povertà nella società industriale avanzata. La liquidazione dell’alta cultura è un sottoprodotto della conquista della natura, e della progressiva conquista della scarsità. [p. 83]

La solitudine, la condizione stessa che sosteneva l’individuo contro ed oltre la sua società, è divenuta tecnicamente impossibile. [p. 84]

E’ un universo razionale, che blocca ogni via d’uscita in forza del mero peso e capacità del suo apparato. Nel rapporto con la realtà della vita quotidiana, l’alta cultura del passato era molte cose – opposizione ed ornamento, grido e e rassegnazione. Ma era anche una prefigurazione del regno delle libertà, il rifiuto di comportarsi in un dato modo. [p. 84]

Al contrario, al perdita di coscienza dovuta alle libertà di gratificazione concesse da una società non libera dà origine ad una coscienza felice che facilita l’accettazione dei misfatti di questa società. È un indice del declino dell’autonomia e della comprensione. La sublimazione richiede un alto grado di autonomia e di comprensione, essendo una mediazione tra il conscio e l’inconscio, tra processi primari e processi secondari, tra l’intelletto e l’istinto, tra la rinuncia e la ribellione. [pp. 88-89]

Esiste certo una diffusa infelicità; e la coscienza felice è piuttosto precaria, crosta sottile che copre paura, frustrazione e disgusto. Tale infelicità si presta facilmente ad essere mobilitata per fini politici; senza spazio per uno sviluppo consapevole, essa può divenire una riserva d’energia istintuale disponibile per la rinascita di un modo di vivere di tipo fascista. [p. 89]

Questa società cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, di fatica miserabile e di soddisfazione, di libertà e di oppressione. [p. 90]

La desublimazione istituzionalizzata si presenta in tal modo come un aspetto della ‘conquista della trascendenza’ attuata dalla società unidimensionale. Così come tende a ridurre, anzi ad assorbire l’opposizione (la differenza qualitativa!) nel regno della politica e dell’alta cultura, questa società tende allo stesso scopo nella sfera degli istinti. Il risultato è l’atrofia degli organi mentali necessari per afferrare contraddizioni ed alternative, e nella sola dimensione che rimane, quella della razionalità tecnologica, la coscienza felice giunge a prevalere. [pp. 91-92]

Il mondo dei campi di concentramento… non era una società eccezionalmente mostruosa. Ciò che vedevamo in esso era l’immagine, ed in un certo senso la quintessenza della società infernale in cui siamo gettati ogni giorno. [E. Ionesco in ‘Nouvelle Revue Francaise’, luglio 1956, citato in ‘London times Literary Supplement, 4 marzo 1960]

4. La chiusura dell’universo di discorso

La Coscienza Felice, la credenza che il reale è razionale e che il sistema mantiene le promesse – riflette il nuovo conformismo che è un lato della razionalità tecnologica tradotta in comportamento sociale. [p. 96]

La tortura è stata nuovamente introdotta come procedura normale, ma in una guerra coloniale che si svolge ai margini del mondo civile; e laggiù viene praticata con la coscienza tranquilla, perché la guerra è la guerra. Questa guerra, inoltre, si svolge ai margini, devasta solamente i paesi ‘sottosviluppati’. Altrimenti regna dovunque la pace. [p. 96]

Il linguaggio dell’amministrazione totale

Nei modi di parlare che oggi prevalgono si delinea il contrasto tra i modi di pensiero bidimensionali, dialettici, ed il comportamento tecnologico, ovvero gli ‘abiti di pensiero’ sociali.

Nell’espressione di questi abiti di pensiero la tensione tra apparenza e realtà, fatto e fattore, sostanza e attributo tende a scomparire. Gli elementi di autonomia, di scoperta, di dimostrazione e critica recedono dinanzi alla designazione, all’asserzione, all’imitazione. Elementi magici, autoritari e rituali permeano la parlata ed il linguaggio. [p. 97]

E’ il ragionamento tecnologico, che tende ‘ad identificare le cose con la loro funzione [Stanley Gerr, Language and science, in ‘Philosophy of Science’, 1942]’. [p. 98]

La parola diventa cliché e , come cliché, governa la parlata o la scrittura; la comunicazione preclude per tal via uno sviluppo genuino del significato. [p. 99]

I nomi di cose non indicano soltanto ‘il loro modo di operare’, ma anzi il loro (presente) modo di operare definisce e ‘chiude’ il significato della cosa, escludendo altri modi di operare. [p. 99]

Cos’ il fatto che il modo prevalente di essere liberi è la servitù, e che il modo prevalente di essere uguali è una disuguaglianza imposta dall’alto, non può trovare espressione a causa della rigida definizione di tali concetti nei termini di poteri che plasmano il relativo universo di discorso. Il risultato è il familiare linguaggio orwelliano (‘la pace è guerra’ e ‘la guerra è pace’, ecc.), che non è certo un tratto esclusivo del totalitarismo terroristico. [p. 100]

Al di fuori della sfera relativamente innocua della promozione commerciale, le conseguenze sono piuttosto serie, perché un linguaggio del genere è insieme ‘intimidazione e glorificazione [Roland Barthes]’. Le proposizioni prendono forma di comandi suggestivi – sono evocative piuttosto che dimostrative. Il predicato diventa una prescrizione; l’insieme della comunicazione ha un carattere ipnotico. [p. 103]

Codesto linguaggio, che impone senza tregua delle immagini, milita contro lo sviluppo e l’espressione di concetti. Immediato e diretto com’è, esso è d’intralcio al pensiero concettuale, ed in tal modo impedisce di pensare. Il concetto, infatti, non identifica la cosa e la funzione. […]

Prima di venir usato in senso operativo, il concetto nega l’identificazione della cosa con la sua funzione; esso distingue ciò che la cosa è dalle funzioni contingenti della cosa nella realtà stabilita.

Le tendenze oggi prevalenti nel linguaggio, che respingono le predette distinzioni, esprimono i mutamenti nel modo di pensare discussi nei capitoli precedenti; il linguaggio funzionalizzato, abbreviato e unificato è il linguaggio del pensiero unidimensionale. [pp. 106-107]

L’abbreviazione del concetto in immagini fisse; l’arresto dello sviluppo in formule autovalidantisi di carattere ipnotico; l’immunità nei confronti della contraddizione; l’identificazione della cosa (e della persona) con la sua funzione – queste tendenze rilevano la mente unidimensionale nel linguaggio che parla. [p. 108]

Il linguaggio unificato, funzionale, è un linguaggio irrimediabilmente anticritico e antidialettico. In esso la razionalità tradotta in norme operative e di comportamento assorbe gli elementi trascendenti e negativi della Ragione, e l’opposizione che essi rappresentano. [p. 108]

Se una dittatura burocratica governa e definisce la società comunista, se regimi fascisti sono ammessi come membri del Mondo Libero, se l’economia del benessere del capitalismo illuminato è liquidata col definirla ‘socialismo’, se i fondamenti della democrazia sono armoniosamente aboliti nella democrazia, allora i vecchi concetti storici sono invalidati da nuove definizioni operative debitamente aggiornate. Le nuove definizioni sono falsificazioni che, imposte dalle potenze in atto e dai poteri di fatto, servono a trasformare la falsità in verità. [p. 109]

Il Manifesto comunista fornisce un esempio classico. In esso ciascuno dei due termini chiave, borghesia e proletariato, ‘governa’ dei predicati contraddittori. La ‘borghesia’ è il soggetto del progresso tecnico, della liberazione, della conquista della natura, della creazione di ricchezza sociale, e della perversione e distruzione di questi risultati. In modo simile, il ‘proletariato’ regge gli attributi dell’oppressione totale e della sconfitta totale dell’oppressione. [p. 111]

Il linguaggio chiuso non dimostra e non spiega, bensì comunica decisioni, dettati, comandi. [p. 113]

Il controllo viene esercitato da tale linguaggio mediante la riduzione delle forme linguistiche e dei simboli usati per la riflessione, l’astrazione, lo sviluppo, la contraddizione, mediante la sostituzione di immagini a concetti. [p. 114]

La nuova finezza del linguaggio magico-rituale è piuttosto da vedersi nel fatto che le persone non vi credono, o non se ne curano, eppure agiscono in conformità ad esso. Uno non ‘crede’ nella proposizione che esprime un concetto operativo, ma essa si giustifica nell’azione, nel portare a termine un lavoro, nel vendere e comprare, nel rifiuto di ascoltare altre opinioni ecc. [p. 114]

Le vicessitudini del linguaggio hanno un parallelo nelle vicessitudini del comportamento politico. Nella vendita di apparecchi che permettono di rilassarsi divertendosi nel rifugio antiatmonico, nella ripresa televisiva dei candidati in lizza per coprire i ruoli più importanti della nazione, la congiunzione tra politica, affari e divertimento è completa. Ma la congiunzione è fraudolenta e fatalmente prematura, poiché affari e divertimento sono ancora la politica del dominio. Non si tratta ancora della satira dopo la tragedia, non è finis tragediae – la tragedia puà cominciare da un momento all’altro. Ed ancora una volta, vittima del rito non sarà l’eroe ma il popolo. [p. 115]

La ricerca dell’amministrazione totale

Le istituzioni della libertà di parola e della libertà di pensiero non intralciano il coordinamento della mente con la realtà stabilita. Ciò che avviene è una ridefinizione totale del pensiero stesso, della sua funzione e contenuto. Il coordinamento dell’individuo con la società giunge fino a quegli strati della mente in cui si elaborano proprio i concetti intesi a comprendere la realtà stabilita. [p. 115]

Il termine ‘concetto’ è preso qui a designare la rappresentazione mentale di qualcosa che è afferrato, compreso, conosciuto come risultato di un processo di riflessione. [p. 116]

Se il concetto di una qualsiasi cosa concreta è il prodotto d’una classificazione, organizzazione ed astrazione mentali, questi processi mentali portano alla comprensione solo nella misura in cui ricostituiscono la cosa particolare nella sua condizione e relazione universale, trascendendo in tal modo la sua apparenza immediata verso la sua realtà.

Per lo stesso motivo, tutti i concetti cognitivi hanno un significato transitivo; essi vanno oltre al riferimento descrittivo a fatti particolari. E se i fatti sono quelli della società, i concetti cognitivi vanno pure al di là di ogni particolare contesto di fatti, sino a toccare i processi e le condizioni su cui poggia la società considerata, e che entrano in tutti i fatti particolari, in quanto fanno, sostengono e distruggono la società. Facendo riferimento a questa totalità storica, i concetti cognitivi trascendono ogni contesto operativo, ma la loro trascendenza ha carattere empirico poiché rende i fatti riconoscibili per ciò che realmente sono.

L”eccesso’ di significato rispetto al concetto operativo illumina la forma limitata ed anzi ingannevole in cui è possibile esprimere i fatti. [p. 117]

Dove questi concetti ridotti governano l’analisi della realtà umana, individuale o sociale, mentale o materiale, essi pervengono ad una falsa concretezza, una concretezza isolata dalle condizioni che costituiscono la sua realtà. [p. 117]

L’individuo ed il suo comportamento sono analizzati da un punto di vista terapeutico al fine di adattarli alla società. Pensiero ed espressione, teoria e pratica devono esser portati ad aderire ai fatti dell’esistenza, senza lasciare spazio per la critica concettuale di tali fatti. [pp. 117-118]

La traduzione metodologica del concetto universale nel concetto operativo diventa quindi una riduzione repressiva del pensiero. [p. 118]

Ed a causa di questa limitazione – questa avversione metodologica verso concetti transitivi che potrebbero mostrare i fatti nella loro vera luce e chiamarli con il loro vero nome – l’analisi descrittiva dei fatti blocca la loro comprensione e diventa un elemento dell’ideologia che li sostiene. [p. 130]

Il pensiero a una dimensione

5. Il pensiero negativo: la sconfitta della logica della protesta

L’universo totalitario della razionalità tecnologica è l’ultima incarnazione dell’idea di Ragione. [p. 133]

Il chiuso universo operativo della civiltà industriale avanzata, con la sua terrificante armonia di libertà e oppressione, produttività e distruzione, sviluppo e regressione, è prefigurato in questa idea di Ragione come progetto storico specifico. [p. 134]

Per il Platone degli ultimi dialoghi e per Aristotele i modi dell’Essere sono modi di movimento, transizione dalla potenza all’atto, realizzazione. L’Essere finito è una realizzazione incompleta, soggetta a mutare. La sua genesi corrisponde ad una corruzione; esso è permeato di negatività e per tal motivo non è vera realtà, Verità. L’indagine filosofica prende le mosse dal mondo finito per costruire una realtà che non è soggetta alla penosa differenza tra potenzialità e attualità, che ha dominato la sua negatività ed è in sé completa ed indipendente – libera. [pp. 136-137]

Ma la linea che realmente divide la razionalità pretecnologica dalla razionalità tecnologica non è quella che divide una società fondata sulla non libertà da una fondata sulla libertà. La società è ancor sempre organizzata in modo tale che procurare le necessità della vita costituisce l’occupazione a tempo pieno, per tutta la vita, di classi sociali specifiche, a cui non è per tal motivo concesso di essere libere e di condurre un’esistenza umana. In questo senso la nozione classica per cui la verità è incompatibile con la schiavitù imposta dal lavoro socialmente necessario è tuttora valida. [pp. 137-138]

Il concetto ontologico di verità sta al centro di una logica che può servire come modello della razionalità pretecnologica. È la razionalità di un universo di discorso a due dimensioni che contrasta con i modi di pensare e di agire unidimensionali che si sviluppano nel corso della realizzazione del progetto tecnologico. [p. 139]

Le leggi del pensiero sono leggi della realtà, o meglio diventano le leggi della realtà allorché il pensiero scorge nella verità dell’esperienza immediata la comparsa di un’altra verità, la verità delle vere Forme della realtà, delle Idee. Per tal ragione tra pensiero dialettico e la realtà data v’è contraddizione piuttosto che corrispondenza; il giudizio vero giudica questa realtà non nei termini propri di questa, ma nei termini che configurano il suo rovesciamento. E in questo rovesciamento la realtà perviene alla propria verità. [p. 141]

Ma la potenzialità essenziale non è simile alle molte possibilità che sono contenute nell’universo dato di discorso e d’azione; la potenzialità essenziale appartiene ad un ordine assai differente. La sua realizzazione implica il rovesciamento dell’ordine stabilito, poiché pensare in accordo con la verità significa impegnarsi ad esistere in accordo con la verità. […] Il carattere sovversivo della verità conferisce quindi al pensiero una qualità imperativa. […] L’enunciato categorico si trasforma così in un imperativo categorico; non enuncia un fatto, bensì la necessità di realizzare un fatto. [pp. 141-142]

La filosofia condivide tale astrattezza con ogni pensiero autentico poiché chi non astrae da ciò che è dato, chi non collega i fatti ai fattori che li hanno prodotti, chi non disfà i fatti nella sua mente, in realtà non pensa. L’astrattezza è la vita stessa del pensiero, il segno della sua autenticità. [pp. 143-144]

I modi di dominio pretecnologici sono essenzialmente differenti dai modi di dominio tecnologici – differenti come la schiavitù dal lavoro salariato, il paganesimo dalla cristianità, la città stato dalla nazione, la strage della popolazione di una città conquistata dai campi di concentramento nazisti. Tuttavia, la storia è ancor sempre la storia del dominio, e la logica del pensiero rimane la logica del dominio. [p. 147]

3 pensieri su “Robert Marcuse, L’uomo a una dimensione [citazioni]

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