Una questione privata – Beppe Fenoglio

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Ho finito tra le lacrime ‘Una questione privata’ di Beppe Fenoglio. Fino al capitolo 12 pensavo di Fenoglio che fosse di una durezza secca che non dà nemmeno il sollievo di piangere. Mi sono dovuta ricredere.

La storia si svolge nei pressi di Alba, ma se l’ambientazione è partigiana la trama prende l’avvio da un problema di cuore: il protagonista Milton, partigiano badogliano, rivede la casa che frequentava perché innamorato della giovane Fulvia, sfollata da Torino che passava in campagna le sue giornate. La governante della casa, però, confessa a Milton che un altro ragazzo, Giorgio, frequentava la stessa casa e la stessa ragazza. Anche Giorgio è partigiano. Milton come pazzo corre a cercarlo ma Giorgio non si trova. Giorgio è stato preso dai fascisti e Milton deve assolutamente liberarlo per sapere se e cosa sia successo tra lui e Fulvia.

Avevo iniziato a leggere Il partigiano Johnny di Fenoglio, abbandonandolo per noia dopo le prime pagine (ora farò un secondo tentativo) ma questo libro è completamente diverso: corto, scorrevole, è difficile staccarsene.

E’ un’immersione nella resistenza partigiana, quella vera, come lo scrittore l’ha vissuta. Ha la crudezza e la lucidità di uno che c’era e se ne ricorda a mente lucida, senza giudicare ma smuovendo emozioni raccontando fatti scarni di qualsivoglia retorica.

Due estratti:

[Una questione privata, Beppe Fenoglio, Einaudi, Torino, 2014]

La vecchia levò e agitò le braccia. – Vedi che i prigionieri bisognerebbe risparmiarli, tenerli per i casi come questo di stamattina? Eppure ne avevate. Ne vidi uno io, qualche settimana fa, passare sul sentiero davanti a casa mia, con gli occhi bendati e le mani legate, e con Firpo che lo spingeva avanti a ginocchiate. Io dall’aia gli gridai di avere un po’ di misericordia, che di misericordia siamo al caso di averne bisogno tutti. Firpo si voltò come una furia e mi diede della vecchia strega e se non andavo subito a nascondermi mi sparava. Firpo al quale avrò dato cento volte da mangiare e dormire. Vedi che i prigionieri bisognerebbe risparmiarli? [p. 66]

*

– Nemmeno uno – disse Milton. – Siamo già intesi.

– Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, è la pena più mite per il meno cattivo di loro.

– Li ammazzeremo tutti, – disse Milton. – Siamo d’accordo.

Ma il vecchio non aveva finito. – Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, anche i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure, io sono quel medesimo che ti dice: tutti, fino all’ultimo, li dovete ammazzare. [p. 81]

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