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I

Erano alcuni anni ormai che il cuore gl’infuriava in petto mentre saliva al dodicesimo piano. Si concesse una breve sosta, aggrappandosi al bastone, prima di ripartire alla scalata della torre. Anche così sarebbe arrivato in anticipo al Concilium.

Giunto in cima rimuginò per l’ennesima volta sulla propria caparbia. Non poteva certo fingere di essere nel pieno della forza fisica, allora perché si ostinava a svegliarsi quando le allodole ancora tacevano e arrancare da solo per gli innumerevoli gradini che elevavano il Concilium sopra le teste dei comuni mortali?

La stanza circolare era stretta ma raggiungeva i cinquanta piedi di altezza. Guardare in alto gli dava le vertigini ma la vista indugiava raramente sulle travi massicce del soffitto, soffermandosi piuttosto sui rosoni di vetro piombato raffiguranti i Principi Generatori. Vita e Morte, Ordine e Caos osservavano la città di Streio dalla più alta delle sue torri e scrutavano il regno di Grifo determinandone il destino. O meglio solevano farlo quando l’Ecclesia non era minacciata da eresia e corruzione.

Lo scranno che aveva occupato per oltre mezzo secolo al tavolo divino si trovava tra Ordine e Morte, in corrispondenza dell’effige di Iusmet, la Santissima Dea della Giustizia. Era Lei la risposta ai suoi interrogativi, Lei il motivo per cui non osava cedere alla stanchezza. Ogni volta che sentiva le membra infiacchirsi e tremare sotto il peso della vecchiaia la Sua immagine gli dava forza. Non era pronto ad abbandonare il suo incarico, non ancora. Evaldo da Nivefonti, Figlio della Dea Iusmet della Giustizia doveva fare ancora molto per l’Ecclesia. Così sedette al suo posto per riprendere fiato e meditare. Raddrizzò la schiena e assunse l’espressione severa consona al suo ruolo, preparandosi ad affrontare i suoi pari.

Dopo qualche minuto entrarono Massenzio detto Augusto e Reselda, i delegati degli Dei degli Inferi. L’onore di presiedere alla seduta spettava alla donna dagli occhi inquieti, che occupò il posto di sua competenza e rivolse a Evaldo un cenno di saluto. Era brutta come la fame e cattiva come la miseria, gli occhi liquidi scattavano sempre da una parte e dall’altra, rovistando negli animi altrui in cerca di disgrazie. Evaldo distolse lo sguardo.

Gli altri arrivarono alla spicciolata. Si fece attendere solo Sisismonda detta la Furiosa, giovane e non sorprendentemente sanguinaria Figlia del Dio Giamon della Guerra. Quando anche lei ebbe preso posto la Ruota delle Divinità fu completa: ognuna delle dodici effigi aveva un rappresentante terreno e il Concilium poteva avere inizio.

Reselda si alzò sulle gambe gracili. Lo sguardo si fissava ora qui, ora là sulle città della mappa che si stendeva sulla superficie del tavolo, incisa ad uso del Concilium per le occasioni in cui la teologia si ripercuotesse sulle faccende terrene.

“Confratelli, vi saluto” esordì con un filo di voce. “Cresce in me una grande preoccupazione. Siamo oggi riuniti a causa di un’eresia che sta prendendo piede nel regno di Grifo e, quasi certamente, anche i Ducati e le Città Libere del Nord ne sono contagiati.”

A quelle affermazioni, che erano ovvie per tutti i presenti, seguì comunque un mormorio di apprensione. Reselda diede a tutti il tempo di recuperare il silenzio e continuò. “Sapevamo da tempo che avremmo dovuto affrontare un periodo buio. Questo è il momento. Il dilagare di quest’eresia come fuoco nella sterpaglia è solo una riprova del fatto che stiamo diventando obsoleti.”

La torre non lasciava entrare l’aria autunnale se non a piccole sorsate che filtravano dallo spiraglio della porta sulle scale. Il Concilium era permeato solo dall’odore muschiato di mattoni antichi e legni lucidi di cera. Fu in quell’atmosfera immota che, dopo le parole di Reselda, i Figli degli Dei iniziarono a parlare concitati, gesticolando animatamente. Solo Evaldo rimase immobile e silente. Non era ancora tempo per il delegato di Iusmet di intervenire. La Giustizia avrebbe parlato in seguito.

Reselda richiamò tutti all’ordine e continuò a parlare, il petto squassato da un respirare violento. “Dobbiamo agire. Il popolo perde la fede nei Dodici Dei, l’Ecclesia è corrotta, il Clero è corrotto e il popolo lo sa. Qui noi dobbiamo decidere, signori e fratelli, una linea di condotta rapida. Altrimenti non potremo fare più nulla per la salvezza delle anime di tutti coloro che siamo chiamati a proteggere.”

I Figli degli Dei annuirono, aspettando ora in religioso silenzio che Reselda passasse la parola a uno di loro, come consuetudine.

“Gioele, che cosa dicono i tuoi Fratelli Confessori?”

Il frate, dal corpo grasso e flaccido coperto da un saio marrone, si alzò lentamente in piedi. Il doppio mento tremolava ogni volta che apriva bocca ma Evaldo aveva deciso da tempo di non curarsi di quel dettaglio umano per concentrarsi piuttosto sulla voce con cui Tueret, Signora della Concordia, parlava attraverso lui.

“Mi sono consultato con il Consiglio del mio Ordine, la scorsa decade” disse. “Sono tutti molto preoccupati. I Fratelli Confessori stanno mandando messaggi da ogni dove. I fedeli chiedono se sia peccato credere che i Dodici Dei siano uniti in un unico dio dai sette volti. Ad aver dato il via alla credenza è un uomo del nord, su questo concordano tutti. I suoi seguaci vengono chiamati clodovingi” borbottò.

Sisismonda, furiosa, si alzò di scatto e intervenne con voce glaciale. “È vero, Gioele, avremmo dovuto esserne informati molto prima. In modo da poter agire!” disse battendo il pugno ferrato sul tavolo. “Così da poter distruggere l’eresia sul nascere. Se solo l’avessimo saputo.” Fissò Evaldo dritto negli occhi. “Forse che un inquisitore decrepito non sappia più svolgere il suo lavoro come un tempo?” sibilò e il fiume che sfociava in un delta sul bordo della mappa parve stritolato sotto la sua mano e costretto a prosciugarsi nel suo pugno.

Evaldo non aveva mai provato simpatia per quella donna troppo irruente, volubile. Con movimenti lenti e fluidi strinse le vecchie mani, sbiancandosi le nocche. Aprì le braccia e assunse uno sguardo vacuo mentre davanti agli occhi della mente aveva a sostenerlo Iusmet con la bilancia e la spada.

Sisismonda crollò di schianto sul tavolo, battendo la testa. Cercò freneticamente di rialzarsi ma il suo corpo scivolò scompostamente al suolo assumendo una posizione genuflessa.

A quel punto Reselda riprese in mano le redini del Concilium. “Ora basta, fratello Evaldo. Sisismonda ha certamente capito che esiste un limite ben preciso tra ciò che può e ciò che non può dire.”

Con espressione marmorea Evaldo tornò a fissare la fanciulla guerriera che si rialzava, gli occhi iniettati di sangue. “Sì, credo che abbia capito” disse senza spostare lo sguardo. “Ad ogni modo, Figlia di Giamon, sappiamo da tempo dell’esistenza di questa eresia. Ho chiesto anni or sono il permesso di purificarne il morbo col fuoco, ma mi è stato negato. Ora, per sradicarla, andremo incontro a un massacro.”

Nel dire questo Evaldo aveva piantato gli occhi su Massenzio e Reselda. Alcuni anni prima erano stati loro, infatti, a negargli il permesso di procedere contro gli eretici, seguendo fedelmente la politica moderata che i Figli degli Inferi perseguivano da generazioni.

Massenzio Augusto, chiamato in causa, si alzò solennemente scostandosi dalle ginocchia i lembi del soprabito rosso carminio. “Mio caro fratello Evaldo, sempre così fervente” disse con un sorriso condiscendente che provocò nel Vecchio Inquisitore un istinto omicida. “Reselda ed io ti abbiamo negato la nostra approvazione perché non crediamo che bruciare sul rogo un pugno di eretici costituisca una soluzione.”

Reselda si alzò a sua volta, prendendo la parola. “Vedete, fratelli, Massenzio ed io abbiamo partorito un ragionamento. L’Ecclesia sopravvive da tempo immemorabile e nessuna eresia è mai stata pericolosa come questa. Il motivo mi sembra, tutto sommato, semplice” disse, sedendo di nuovo.

Fu Massenzio che continuò a spiegare. “Fratelli, nei lunghi anni in cui l’Ecclesia è stata fiorente e prolifica non si è mai verificato un periodo di pace tanto lungo. Quando le guerre, o le carestie, o le pestilenze non tengono occupate le menti degli uomini, allora nascono le eresie più difficili da estirpare. A questo ovviamente non possiamo porre rimedio, ma c’è un altro fattore da considerare.”

Reselda tornò ad alzarsi aggrappandosi al tavolo con le mani scheletriche. “La centralità del regno non esiste più. Re Fero è vecchio e ha una presa molle sullo scettro del Grifo Bianco. Abbiamo già perduto il nord con lo Scisma del Secolo Infame, vogliamo davvero vedere la nostra influenza ridotta alla sola città di Grifo e al suo contado? Non possiamo permetterci di perdere tante anime.”

Le espressioni sui volti dei Figli degli Dei erano stupite, concordi, pensierose. Il grasso Gioele si torceva le mani nervosamente, tentennando. Il suo sguardo pareva distratto dalle ombre dei corvi che sfilavano in volo oltre i rosoni. Infine, dopo un lungo sospiro, parlò con decisione. “Fratelli cari, state suggerendo di agire sul piano politico? La Santissima Tueret, che venero con la massima devozione, potrebbe essere in imbarazzo se decideste di agire in questa direzione.”

Evaldo trattenne un sospiro e Sisismonda sbuffò sfacciatamente, non perché avesse prestato attenzione al commento di Gioele quanto perché, sospettava Evaldo, aveva compreso l’intento di Massenzio e non vedeva innanzi a sé la prospettiva di combattere molte sanguinose battaglie.

“Sì, vogliamo agire sul piano politico” spiegò Massenzio senza nemmeno sollevare dallo scranno il corpo possente.

Fu Sisismonda a levarsi per parlare. “Reselda, Massenzio, fratelli. Vi ricordo che abbiamo già tentato la via del complotto senza ottenere risultati se non quello di far giustiziare Aronne. Non che pianga la sua morte, beninteso, ma se vogliamo agire sulla casa dei Gastaldi dobbiamo trovare qualcuno di fidato.”

Alle sue parole seguì un attimo di alacre riflessione, poi Reselda riprese la parola. “Abbiamo fallito una volta col padre ma potremmo tentare col figlio Arguto, che è uscito incolume dalla vergogna della sua casata. Sarebbe certo il più insospettabile agli occhi del Re” propose con voce sommessa.

Sisismonda la fulminò con uno sguardo indemoniato, Gioele la guardò con compassione ed Evaldo con rispetto, ma fu Massenzio a rispondere. “Avevo fatto la stessa considerazione a mia volta, ma sono stato informato del fatto che Arguto manca d’intelletto” disse. “Non ho avuto modo, invece, di osservare l’erede al trono, qual è il suo credo?”

“È tale e quale il padre” proruppe Sisismonda sogghignando. “Ermete ci aiuterebbe meno di Arguto e ci costerebbe il doppio della fatica.” Si alzò lentamente, dimostrando a se stessa più che ai confratelli di non essere rimasta affatto scossa dall’alterco con Evaldo. “Se vogliamo agire su un Gastaldi propongo Irio, il figlio cadetto di Re Fero” disse. “So che è un incantatore ed è senz’altro ambizioso. Non si accontenterà di vivere all’ombra del fratello.”

“Irio? Non lo conosco personalmente” replicò Massenzio e le ore successive vennero spese passando in rassegna ogni informazione che i membri del Concilium avessero su Irio dei Gastaldi, principe cadetto del regno di Grifo.

Il sole stava calando a ponente quando Massenzio chiese il silenzio con un gesto della mano appesantita dagli anelli massicci. “Ebbene, può essere Irio quello che stiamo cercando. Eppure sarà difficile contattarlo senza che Sua Maestà sospetti nulla. È diventato una vecchia volpe dopo l’incidente con Aronne.”

Ci fu un attimo di silenzio finché Evaldo, battendo elegantemente la mano sul tavolo come a chi d’improvviso sopraggiunga un’idea, prese la parola. “Gli manderemo qualcuno con un marchio da eretico. Ho già un uomo adatto, mi occuperò io stesso della cosa.”

In breve tempo i Dodici votarono a favore dell’intervento sul giovane Gastaldi. L’unico contrario era stato il povero, mite Gioele che si apprestava a lasciare il Concilium con aria affranta, consapevole dei tormenti che avrebbe subito per quella decisione a cui la sua Dea era contraria. Reselda pronunciò la formula di commiato e tutti uscirono dalla stanza circolare. Tutti tranne Evaldo, che non voleva essere visto dai suoi confratelli mentre incespicava scendendo i gradini troppo ripidi per le sue vecchie gambe.

II

Il magister scandiva il tempo delle argomentazioni chiamandole una a una con voce stentorea. La lezione scorreva rapida a causa dell’argomento controverso che affrontava: Del perché costituisca motivo di eresia unire Incantamento mentale e Magia elementale.

Avevano già parlato Primo e Secundo, Tertio stava dicendo qualcosa a proposito delle autorità che deponevano contro l’unione delle due Arti. Quarto avrebbe sostenuto che gli antichi incantatori maghi erano dediti al potere della corruzione, poi sarebbe stato il turno di Quinto, che quel giorno toccava a Crono. Sapeva già che cosa dire: mente e corpo appartenevano a due diversi piani di realtà, ergo unirli forzatamente era un’aberrazione.

Aspettava impaziente il momento della sua arringa, che aveva preparato con cura la notte precedente. A uno studente come lui era assolutamente necessario fare buona impressione, doveva allontanare dalla sua persona ogni minimo sospetto.

Quarto iniziò a parlare. Crono fece un paio di respiri profondi e lasciò vagare lo sguardo per la stanza, cercando di calmare il battito del cuoer. Era una semplice esercitazione e quasi nessun altro studente era nervoso, ma per lui era diverso. Avrebbe dovuto sostenere un argomento nel quale non aveva fede e doveva fare in modo di non destare sospetti.

Fissò lo sguardo sull’arazzo di Besai della Fortuna di fianco a lui. Osservò come la trama andasse a creare dei bellissimi giochi di luce attorno alle mani del Dio, intrecciato nell’atto di consacrare Abeon e Adeon, portatori di buona partenza e sicuro ritorno. La stanza in cui si trovava era all’ottavo piano dello Studium di Streio, il principale centro di insegnamento dell’Ecclesia. Era una torre alta e pallida, gemella della torre del Concilium dove si riunivano i Figli degli Dei. Gli studenti erano seduti in semicerchio attorno al magister che, sempre in piedi, era pronto a confutare qualunque affermazione non gli andasse a genio.

Quarto finì di parlare e sedette. Crono si alzò dallo scomodo sgabello, fece un respiro e aspettò che il magister lo chiamasse ad argomentare.

“Quinto” annunciò la voce dell’insegnante.

Crono controllò un fremito della voce e iniziò a parlare. “La regola secondo cui Incantamento e Magia non devono mescolarsi si fonda sull’argomento sette del trattato ecclesiastico dell’anno 350 d.f. e costituisce un dogma dell’ortodossia. L’obiezione addotta durante disputa dell’anno 740 d.f., secondo la quale non necessariamente l’unione delle Arti conduce alla corruzione del praticante, è stata dichiarata fallace e la pratica congiunta delle Arti considerata prova sufficiente di eresia” concluse. La sua voce era stata limpida e decisa, forse grazie all’aiuto di Besai.

Ora toccava agli Opponens, che avrebbero portato cinque argomentazioni contrarie al dogma. Quando avessero concluso il magister avrebbe confutato le loro argomentazioni e assegnato i punteggi. Crono si rilassò, doveva solo controllare le sue espressioni in modo che non trasparisse approvazione alle argomentazioni degli Opponens, nel caso ne avessero apportata qualcuna degna di essere ascoltata. Lui sapeva bene che l’obiezione del 740 era tutt’altro che fallace. Ovviamente era proibito evocare una sfera concettuale e unirla a un elemento materiale, ma lui aveva provato ed era riuscito, senza imbattersi nel potere della corruzione, qualunque cosa fosse. Di conseguenza si trovava in una situazione di pericolo costante, dal momento che l’Ecclesia aveva smesso di sterminare quelli come lui solo perché pensava che fossero estinti. Rischiava l’impiccagione, se andava bene, il rogo se andava male. Quindi cercava di tenere nascosto il suo segreto, chiudendolo nell’angolo più recondito della mente.

Riemerse dai suoi pensieri quando il magister iniziò ad assegnare i punteggi.

“Crono, hai tenuto un buon quinto” disse. “Il tuo punteggio è undici.”

“Grazie, magister” rispose alzandosi.

Si diresse alla sua cella di buon umore, dopotutto non sarebbe finito sul rogo, ancora per un po’.

Trascorse il pomeriggio ispessendo le sue barriere mentali. Riusciva bene a controllare i propri pensieri in modo da non veicolare un eventuale osservatore verso verità che era meglio tenere nascoste.

Come faceva ogni giorno al pari di qualche altro centinaio di studenti, si diresse alla sala comune dove sedette da solo aspettando lo stufato di maiale e il grano al miele del terzo giorno della decade. Appena ebbe finito di mangiare tornò alla solitudine della sua cella, giocherellando con una mela. Era rossa e lucida e gli ricordava una storia che le vecchie del villaggio raccontavano quand’era piccolo. Si diceva che nelle mele rosse come quella abitasse uno spiritello, amico di Besai e Atele, che avrebbe garantito fortuna e prosperità a chi non avesse mangiato la sua dimora. Crono non aveva mai creduto a quelle sciocchezze, ma mosso dalla nostalgia posò la mela sullo scrittoio e non la mangiò.

III

Assisteva, impotente, a un tremendo rito funebre in onore del Dio Assassino. Le Sorelle Condolenti emettevano un lamento acuto e ritmato, ruotando e compiendo i gesti rituali secchi e scomposti per la morte violenta di un giovane guerriero, amato fratello, amato figlio. Emergeva dallo stormo di lamentatrici dalle vesti scure una ragazzina vestita d’azzurro. Aveva i capelli del colore del miele e grandi occhi castani. Cantava sommessamente, scoppiando talvolta in singhiozzi irrefrenabili. I suoi lineamenti puliti mutavano allora in una maschera di sofferenza incredula. La ragazzina si stava avvicinando per spiegargli il motivo del suo dolore quando Crono si svegliò di soprassalto.

Qualcuno stava per entrare nella sua cella. Si concentrò e avvertì due menti risuonare proprio fuori dalla porta, non aveva nessuna possibilità di fuga. Si disse che non necessariamente si trattava di persone ostili, forse avevano bisogno di qualcosa, appunti per esempio, ma gli sembrava improbabile che due studenti andassero in giro a quell’ora di notte e soprattutto che pensassero di poter aprire agevolmente una porta chiusa dall’interno. No, non erano studenti. Questo significava che potevano essere guardie, o peggio.

In pochi secondi si alzò dal letto e iniziò a infilarsi i pantaloni. Non aveva voglia di camminare nudo per i freddi corridoi della torre. Un pensiero di passaggio gli fece infilare in un baleno anche calze e stivali. Quando i due irruppero nella stanzetta Crono li aspettava in piedi, vestito a metà. Notò con un tuffo al cuore che non si trattava di semplici guardie. Avevano alla cintura la fusciacca bianca orlata di rosso e sull’armatura erano incise la bilancia e la spada. Così alla fine l’avevano scoperto.

Forse rimasero stupiti vedendolo già in piedi e pronto a uscire, ma non chiesero nulla e gli fecero segno di seguirli. L’alloggio di Crono si trovava al decimo piano dello Studium. Gli fecero scendere tutti e dieci i piani di scale. Crono guardava la notte oltre ogni feritoia, chiedendo a Besai di offrirgli tutta la fortuna possibile. Si era chiesto, qualche volta, dove venissero portati coloro che interessavano all’Inquisizione. Ora l’avrebbe scoperto. Per vincere il terrore concentrò lo sguardo sui suoi carcerieri, che avevano entrambi i capelli chiari e un fisico snello. Non dubitava però che si sarebbero dimostrati molto forti se avesse tentato di scappare.

Il fatto era che non voleva propriamente scappare. Certo, avrebbe anche potuto provarci, ma valeva la pena di morire per un tentativo? Tutto sommato era curioso di sapere che cosa l’aspettava. Così seguì diligentemente i suoi carnefici, avvicinandosi un passo alla volta alla grossa torre del Concilium. Era a poche decine di metri dallo Studium, ma a Crono sembrarono miglia. Ogni passo durava un’eternità ed equivaleva a una decina di domande, che erano in realtà sempre le stesse. Stanotte morirò? È una buona notte per morire? Se avessi saputo di dover morire cosa avrei fatto oggi? Di certo non avrei seguito le lezioni. Quindi non è affatto una buona notte per morire, chissà se mi faranno posticipare a domani. Come morirò? Finirò sul rogo? Sarà molto doloroso? Come me ne tirerò fuori? Mi mancava solo un anno. Dovrei ribellarmi? Sto andando a morire senza nemmeno ribellarmi? Hanno bisogno di una confessione?

La realtà era che non sapeva nulla dell’Iquisizione, perché allo Studium non c’erano corsi che la riguardassero. Gli Inquisitori erano poche centinaia in tutto e li sceglieva il Vecchio in persona. Quindi la via di Iusmet, Santissima e Giusta, non veniva insegnata allo Studium. Tutti lo sapevano e lo sapeva anche Crono che non conosceva alcun ulteriore dettaglio. Era nel buio più totale.

Dopo un’eternità aprirono il portone della torre. Crono varcò la soglia e si trovò in un atrio buio e spazioso, rischiarato solamente da un fuoco che ardeva al centro della sala. Era terrificante. Uno dei due Inquisitori, non avrebbe saputo dire quale perché gli stavano entrambi alle spalle, gli diede una spinta e lo fece muovere in avanti.

Venne condotto giù per una piccola scala a ridosso della parete esterna. Contò un paio di piani, o almeno così credeva, prima che gli Inquisitori imboccassero uno stretto corridoio e, dopo qualche passo, aprissero una porta.

“Entra qui.” Erano le prime parole che pronunciavano.

La stanza era illuminata da una fiaccola che emetteva un bagliore tremolante, come se dovesse spegnersi da un momento all’altro. C’erano un caminetto spento e pulitissimo, un tavolo con un paio di scodelle piene di cibo e una brocca d’acqua, uno sgabello di legno grezzo e una strana sedia senza schienale dall’aria massiccia. Era riuscito a dare solo un’occhiata all’ambiente quando i suoi carnefici uscirono chiudendosi la porta alle spalle, senza dire una sola parola. Perfetto. Che cosa avrebbe dovuto fare, adesso? Mettersi comodo e mangiare? Almeno c’erano del cibo e un po’ di luce. Poteva approfittarne per riflettere.

Probabilmente era spacciato, tuttavia nonostante il terrore si rese conto che gli avevano riservato un trattamento particolare. Di certo non offrivano la colazione a tutti gli eretici arrestati di notte. Ma era terrorizzato, inoltre aveva freddo e il caminetto era spento. Non poteva accenderlo, ovviamente. A mano sarebbe stato impossibile senza acciarino e se avesse usato la magia… meglio non pensare alla faccia del prossimo Inquisitore che fosse entrato da quella porta, se avesse trovato il fuoco acceso.

Quindi non gli restava che aspettare al freddo fissando con sguardo vacuo le pareti spoglie, giocando a costruire disegni con i contorni delle pietre. Nonostante il panico si annoiava. Si riscosse ricordandosi del cibo sul tavolo. Avrebbe potuto mangiarlo, se non fosse stato avvelenato. Forse aspettavano proprio questo, che per non morire di noia mangiasse il cibo avvelenato.

Si avvicinò alla porta e sbirciò per quanto possibile attraverso la piccola grata. Non vedeva niente e nessuno. Il corridoio era immerso in un buio tanto fitto da sembrare innaturale e non sentiva la presenza di menti umane attorno a sé. Quasi certamente era davvero solo.

Tanto per provare accostò la faccia alla grata e si schiarì la voce. “È avvelenato il cibo? C’è nessuno?” gridò.

Non ricevette risposta.

Dopo un paio d’ore decise che se il cibo era avvelenato allora doveva mangiarlo in modo che succedesse qualcosa. Alla peggio sarebbe morto evitando il rogo.

IV

Prima di sentire i passi avvertì la mente. Forte, dirompente, pretendeva attenzione. Lasciò cadere il cucchiaio con un rumore sordo. Si alzò in piedi e aspettò a braccia conserte di fronte alla porta che si aprì con uno scricchiolio.

Lo riconobbe immediatamente. Gli si seccò la gola e gli venne freddo. Il Vecchio in persona era lì, a quell’ora di notte, evidentemente per parlare con lui. Non si era mai sentito peggio. Che razza di eretici richiedevano la presenza del grande capo in persona? Evaldo, così si chiamava, era una specie di leggenda. Gli studenti raccontavano aneddoti su di lui. E ora si trovava di fronte a lui. Era emerso dal buio più profondo come un demone che volesse trascinarlo negli abissi del dolore. Beh, questo era un po’ melodrammatico. Nonostante tutto Crono sorrise a quell’idea, strappando al vecchio uno sguardo stupefatto.

Il silenzio iniziava a essere fastidioso, così Crono fece l’inchino consono a un ecclesiastico di grado superiore abbassando il busto, allargando verso l’esterno il braccio destro e portando la mano sul cuore. Restò a capo chino finché non sentì le parole di rito.

“Alzati, fedele dei Dodici.”

Crono sghignazzò mentalmente, l’aveva obbligato a chiamarlo fedele dei Dodici.

“Non mi sembri nella posizione migliore per concederti delle battute di spirito, ragazzo” disse Evaldo.

Nonostante l’età avanzatissima, che nessuno sapeva quantificare esattamente, Crono poté constatare che il vecchio aveva una voce ferma, perfettamente adatta all’intimidazione.

“Così va meglio” disse Evaldo. “Siediti pure, se lo desideri” continuò indicando la strana sedia senza schienale. Crono non ricordava di aver provato il desiderio di sedersi, prima. Ora invece si sentiva stanco e le gambe gli dolevano, così sedette volentieri.

Da quella nuova posizione Evaldo torreggiava su di lui. Fasciato in una stretta tunica nera dal taglio severo, i cespugliosi capelli bianchi e la barba perfettamente rasata gli conferivano un aspetto terrificante, anche senza considerare la fusciacca della Dea che portava in vita, o la bilancia ricamata sul petto. Crono odiava le bilance.

“Lo immaginavo, ho motivo di credere che l’Equilibrio non ti sia congegnale, sbaglio forse?”

Se non fosse stato seduto avrebbe voluto indietreggiare. Con quanta chiarezza leggeva i suoi pensieri?

“No, magister, la mia divinità è Besai della Fortuna, signore” rispose tentando di non balbettare.

Evaldo lo guardò fissamente prima di storcere la bocca in un’espressione di commiserazione. “La fortuna, vantaggi anziché valori, c’è chi lo ritiene più utile” disse secco. “Vedi, giovane Crono” continuò, “io ritengo che i valori siano più utili dei vantaggi. Certo, il vantaggio è immediato e con una sorte favorevole tante piccole contingenze si risolvono al meglio. Ma non dimenticare che nelle maggiori battaglie molto poco è lasciato al caso. Quando si ha più bisogno di lei, la fortuna ci abbandona. Per esempio, ora non accadrà che per caso la porta resti aperta e tu possa fuggire e se succedesse non potresti allontanarti, perché io non lo voglio. E io non lo voglio perché la Giustizia che professo, il supremo valore a cui sono votato, mi impone di punire gli stolti come te, di modo che tutti sappiano quali sono le loro empie colpe.”

Crono fu scosso da un brivido, gli tornarono in mente le storie in cui il Vecchio Inquisitore aveva personalmente scarnificato, bruciato e torturato un numero imprecisato di infedeli.

“È questo il motivo per cui mi trovo qui? Sono accusato di eresia?” chiese con voce strozzata.

Evaldo mostrò quello che poteva essere un sorriso. “La tua perspicacia è mirabile, ragazzo. Ma non è esattamente questo il motivo per cui sei qui.”

“Allora quale?”

Evaldo lo guardò, questa volta sembrava davvero divertito. “Finisci di mangiare, poi ci preoccuperemo delle spiegazioni.”

Crono non sarebbe riuscito a mangiare nemmeno se fosse stato a digiuno per sei mesi. Aveva lo stomaco chiuso e un terribile groppo in gola, il solo pensiero del cibo gli procurava dei conati di vomito, tuttavia dopo un momento sentì nascere un certo appetito. Guardò Evaldo in tralice. Non aveva avvertito alcuna pressione sulla superficie liscia della sua mente. Sentì i muscoli delle spalle che si rilassavano. Era innaturalmente tranquillo. Iniziò addirittura a provare una strana fiducia nel vecchio. Questa volta avvertiva il potere strisciante che cercava di convincerlo a mangiare, a fidarsi, a rilassarsi.

Avvertiva però anche qualcosa che si collocava oltre quella situazione, oltre Evaldo e quella stanzetta di pietra, una sensazione di fiducia proiettata nel futuro che non credeva dipendere dal vecchio, quanto piuttosto da se stesso. Se non fosse stato fortemente convinto dell’impossibilità della cosa avrebbe detto che una qualche divinità gli stesse sussurrando all’orecchio di fidarsi di Evaldo, almeno in quella circostanza. Più probabilmente era la notte in bianco che gli faceva credere di sentire le voci. In ogni caso si avvide di non avere molta scelta, quindi approfittò dell’appetito instillatogli dal vecchio e attaccò le uova. Fu un sollievo mettersi qualcosa in bocca. Trangugiato anche il pane, bevve in due rapidi sorsi il bicchiere d’acqua. Forse avrebbe dovuto conservarne un po’ per dopo, non si poteva mai sapere, pensò mentre scivolava in un fiducioso, placido sonno.

Evaldo rimase per qualche istante a osservare il giovane addormentato con il capo sul tavolo. Così doveva essere. Confidò che avrebbe capito e collaborato, quando fosse venuto il momento. Per ora, tutto ciò che poteva fare era lasciarlo riposare. La mente del giovane era acuta e molto ben sigillata, il che sarebbe stato un vantaggio. Da quando aveva iniziato a osservarlo era molto maturato come incantatore. C’era però qualcosa di peculiare, celato talmente in profondità che non riusciva a comprenderne la precisa natura. Crono aveva un segreto che custodiva gelosamente e che nemmeno Evaldo riusciva a carpire. Provò un moto di stizza ma non cambiò idea. Crono era l’uomo giusto.

V

Non capì immediatamente dove si trovava. Aveva fatto dei sogni confusi sul tempio della sua infanzia e svegliandosi aveva pensato di essere con la sua vecchia maestra Migdala, ma di lei non c’era traccia. Era in una stanza piccola, chiusa e dalle spoglie pareti di pietra. Improvvisamente ricordò le uova, l’acqua e il sonno. Prima faceva freddo, ora invece sentiva un piacevole tepore. Tentò di voltarsi per controllare il camino e si accorse di non poterlo fare. Era strettamente legato alla sedia, nudo dalla cintola in su.

Evidentemente si era mosso troppo perché la sua guardia si accorse che era sveglio.

“Ci siamo.”

Qualcuno aveva parlato. Chi era stato? Di certo non la vecchia Migdala, probabilmente era un Inquisitore. Tentò convulsamente di muoversi per vedere cosa stesse accadendo alle sue spalle, ma non sortì alcun effetto se non quello di stringere ancora di più le corde che gli segavano polsi e caviglie. Sentiva che qualcuno rovistava nel caminetto acceso ma non riusciva a capire perché e non poteva girarsi a controllare.

Fece qualche altro tentativo per liberarsi. Stare rannicchiato come un ranocchio era umiliante. Perse la cognizione del tempo. I suoi aguzzini ogni tanto parlavano senza dargli alcun indizio sul suo prossimo futuro. Senza risposte e senza più la forza di divincolarsi lasciò ricadere la testa tra le gambe, penzoloni. Che cos’altro poteva fare se non aspettare?

“Ehi Guiscardo, ma ti sembra giusto che questo abbia un trattamento a parte?” chiese quello che Crono aveva iniziato a identificare come il più dedito alla causa. Avevano smesso di rovistare nel camino.

“Non ne ho idea. Non sono io a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Evaldo decide, io eseguo, ed Evaldo pensa che questo qui abbia bisogno di un trattamento diverso. Fine. Tu fai troppe domande.”

L’altro rispose con un grugnito.

Crono aveva drizzato le orecchie e proteso le lunghe dita della mente, ma non aveva capito nulla se non che probabilmente gli Inquisitori avevano una barriera mentale specifica per le loro sporche pratiche violente. Sentì distintamente rumore di ferro sulla pietra, poi la porta che si spalancava di colpo e la rassicurante presenza della mente di Evaldo.

“Lasciateci soli” disse il Vecchio Inquisitore.

Evaldo sentì la mente del giovane agitarsi nel tentativo di comprendere. “Ho bisogno della tua collaborazione, Crono di Besai” disse. “Puoi a ragione considerarti fortunato.”

Crono sembrava perplesso. Non aveva alcuna intenzione di collaborare con l”Inquisizione.

“Oh, so bene come la pensi” disse il Vecchio. “Tuttavia credo che troveremo un accordo.”

“Che cosa vi serve?”

“Un uomo fidato” rispose Ealdo. “E ho motivo di credere che tu possa essermi fedele, in un modo o nell’altro.”

“In un modo o nell’altro, Evaldo di Iusmet?” chiese Crono sarcastico.

Il Vecchio Inquisitore si lasciò sfuggire un sorriso. Evocò per un attimo l’immagine di Iusmet e formulò chiare in mente alcune immagini che spinse a toccare i pensieri di Crono. Gli mostrò la necessità di portare al principe cadetto un messaggio segreto per conto dell’Ecclesia, un marchio da eretico che all’occorrenza avrebbe fugato ogni dubbio del vecchio Re Fero, il bisogno di avere uno stretto collaboratore vicino al principe, che presto avrebbe preso il potere sul regno di Grifo.

Crono osservava attento e silenzioso. Evaldo gli indusse una sensazione di imminente pericolo per il regno e la necessità di avere un appoggio sicuro in un mondo che stava precipitando nel caos, e quale appoggio migliore del Primo Inquisitore dell’Ecclesia? Evaldo l’avrebbe protetto e consigliato, chiedendo in cambio solo informazioni e qualche piccolo provvedimento riparatore, se fosse stato necessario.

“Dunque?”

Evaldo poteva sentire i suoi pensieri confusi che emergevano involontariamente in superficie. Sarà vero? Ne varrà la pena? Un marchio da eretico, sto diventando pazzo? Dicono che sia tremendamente doloroso. Eppure sentiva che la volontà di Crono stava cedendo, il giovane valutava un’ultima volta la situazione. Sapeva che non avrebbe potuto scappare, inoltre voleva fidarsi del vecchio. Chissà per quale ragione, pensò Evaldo con la consuetudine di chi abbia vinto già troppe menti. Si stupì un poco quando Crono decise, invece, di voler conoscere Irio dei Gastaldi, essendone oltremodo incuriosito. Questo desiderio non era stato indotto da lui.

Crono lo fissò dritto negli occhi. “Sono pronto” disse.

Evaldo richiamò i suoi uomini che attizzarono il fuoco nel camino e lasciarono ad arroventare il marchio di ferro. In pochi minuti assunse le tonalità rosse della brace e Guiscardo lo tirò fuori, ammirando l’effige incandescente di Iusmet. Senza indugio l’avvicinò alla schiena nuda di Crono e con un gesto deciso v’impresse il marchio.

eliemi997@gmail.com

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