La sete

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La prima sensazione che ricordi, dopo aver riaperto gli occhi, è la sete. La gola arida, la pelle bruciava. Poi, mentre ancora rantolavo nella semi coscienza, alla mente s’imposero i suoi occhi, freddi. Lo stesso colore del maglione rattoppato comprato anni prima, forse, per metterli in risalto, o regalato da una madre adorante. Il volto era di quelli che possono accartocciarsi in un’espressione porcina se si abbandonano al cinismo, ma il suo era sempre disteso in una serenità curiosa. Lo amavo, quando mi svegliai, il suo ricordo era nitido. Ma non conoscevo il suo nome. Forse non l’avevo mai saputo. Aveva un accento leggero del sud, come stemperato da un lungo soggiorno all’estero.

All’inizio, quando tornai a camminare, lo cercai per le strade e nei teatri seguendo il sentore di una dolcezza lontana. Poi, lentamente, accettai il dolore d’averlo perduto e dimenticai. La sete pian piano si quietò, trovai lavoro in una libreria di catena e affittai un monolocale sulla Giudecca. Sorridevo, ma le labbra tirate sigillavano una voragine.

Pensavo al processo di osmosi, chiedendomi se sarebbe stato doloroso dissolvermi nella laguna, mentre vendevo libri colorati. Era un pomeriggio in cui i canali specchiavano un cielo in tumulto, inusuale in inverno. Tutto era grigio e azzurro fuori dalle vetrine natalizie. Circondata dall’allegria plastificata del comprar regali, con le dita che si trascinavano sul registratore di cassa, sentii una parlata dolce, fuori luogo a Venezia.

Ciao, sto cercando Cuore di tenebra di Conrad, posso chiedere a te?

Stava parlando con la mia collega. Non alzai lo sguardo ma mi sentii ardere dalla febbre. Feci scivolare lo sguardo dal cliente davanti a me alla mia collega, da lei all’uomo che le stava di fronte. Le labbra morbide nascoste dalla barba incolta, il cappotto da marinaio con i bottoni scuciti. Ci eravamo mai incontrati? Il mio stomaco si accartocciò.

Se vuoi seguirmi te lo cerco io – m’intromisi abbandonando lo scontrino che stavo battendo, improvvisamente incurante del lavoro, del responsabile, dello stipendio.

Trovai il libro troppo in fretta e mentre glielo porgevo sentivo una tensione statica crescere tra le nostre dita.

Grazie. – Mi guardò sorridendo.

Era già buio da qualche ora quando finì il turno. La luce era calata lentissimamente, in un tramonto infinito, ma non avevo fretta. La mia mente era intrappolata in una fissità immota, nessun pensiero ne increspava la superficie. Nuotai leggera uscendo dalla libreria e m’infilai nel caffè lì vicino per una cioccolata, come tutti i giovedì sera.

Sembrava che mi stesse aspettando. Sorrideva ancora. Solo per me?

Buonasera – disse strizzando l’occhio.

Non riuscivo a mettere a fuoco. – Buonasera – risposi.

Cosa posso offrirti?

La ragazza dietro al bancone mi guardò divertita. Rimanevo in silenzio.

Credo una cioccolata, vero Meri?

Deglutii. – Certo, una cioccolata, grazie.

Ero completamente secca, gli occhi bollenti. – È un libro impegnativo – balbettai, ricordando solo la tristezza della vedova. – Vuoi venire a cena con me? – chiesi subito dopo.

La ragazza dietro al bancone soffocò un ridolino e si allontanò. Lui mi guardò come se si svegliasse.

Come ti chiami? – chiesi.

Lorenzo – abbassò lo sguardo. – Posso invitarti a teatro, invece?

Certo – risposi senza riflettere e le sue rughe giovani si sfocarono davanti al mio sguardo, i suoi occhi mi trascinarono in un mare in tempesta finché la mia pelle gommosa divenne fredda e liscia. Mi strappai dalla visione e all’improvviso fui triste, come da piccoli, senza ragione.

Così mi trovai nel loggione del teatro Fondamenta Nuove. Mettevano in scena l’adattamento di un qualche romanzo con un pittore che cercava di dipingere il mare con l’acqua di mare. Non mi piaceva ma non dissi niente. Mi sentivo spaesata. Lo lasciai in prima fila e mi allontanai presto per cercare un posto a sedere e meditare. Le voci enfatiche degli attori mi davano la nausea. Chiusi gli occhi, cambiò la scena, rimase il disagio. Mi sentivo soffocare. Non riuscivo a deglutire. Poi la mia mano incontrò un corpo caldo. Aprii gli occhi e vidi lui. Senza stringermi, sfiorandomi con leggerezza ballava con me. Mi sollevò il braccio e ruotò su se stesso. Nel buio e nello squallore, non capivo non sapevo, non m’importava. Aveva una camicia bianca e sapeva di buono, gli occhi curiosi. E il mio volto, distrutto e scomposto dall’accozzaglia di me che era sopravvissuta, si aprì in una risata.

Mi sembra di conoscerti da molto tempo – dissi.

Allora vieni – rispose lui.

Lo seguii sentendomi una bambina, con le palpebre chiuse sul buio della notte. Non volevo vedere cosa c’era fuori. E la sete, la sete, la sete, le sue dita mi ustionavano.

Nella sua macchina risuonava un jazz liquido che si mescolava alla pioggia sul parabrezza.

Tutto questo è già successo? – chiesi toccandomi la gola.

Lui staccò una mano dal volante e se la passò tra i capelli. – Tutto si ripete e continuerà a ripetersi all’infinito. Ogni momento è eterno – rispose.

Il mio sorriso scivolò lungo le note languide di pianoforte. Abbassai il finestrino, a mano, come negli anni ’80, e allungai il braccio nel buio. Presto divenne fradicio e ghiacciato. Provai l’impulso di sporgere fuori la testa, con la bocca aperta al cielo per bere quella pioggia gelida e trascinare fuori il resto del corpo come a rinascere in un parto meccanico. Invece tirai dentro il braccio e rabbrividii. Lui sorrise. L’auto si fermò.

Era una bettola di pescatori che parlavano in dialetto. Capivo poco, ma mi piaceva. Sembrava che lui conoscesse tutti, lo salutavano con piccoli cenni camerateschi e mi guardavano, sguardi brevi, che risultavano in un sorrisetto d’approvazione. Seduti al tavolo le nostre mani erano vicine. Sentivo il suo odore e mi si spezzava il cuore. Per mesi, anni, era stato diluito mille e mille volte, appena distinguibile, quasi impossibile da riportare alla memoria. Avevo gli occhi lucidi di lacrime, lui mi prese le mani.

Mi ero persa – dissi, – nella corrente – senza sapere bene cosa intendessi.

Il suoi occhi mi studiavano. – Ma io ti ho trovata, visto? – disse.

Poi arrivò una cameriera grassa e felice. Ci portò una bottiglia di grappa e una grossa ciotola di gamberi. Erano grigi e bagnati, le zampette si muovevano lentamente, esauste.

Su prova – disse spingendo la ciotola nella mia direzione mentre con mano sicura riempiva due bicchierini di grappa.

Che cosa esattamente dovrei provare? – chiesi arricciando le labbra.

Si fa così – rispose lui prendendo un gambero per la coda e gettandoselo in bocca. Chiuse le labbra e quando schiacciò i denti fece un rumore croccante. Masticò poco prima di deglutire, poi ingollò un sorso di grappa.

Il primo è il peggiore, poi migliora. Sai, per via della grappa.

Lo fissai per un lungo momento, nei suoi occhi blu non c’era ombra di scherno. Tirai su col naso, solo un pochino, per fare la dura, e presi un gamberetto per la codina. Lo guardai per un lungo momento senza pensare a niente, mi rendevo conto che lui mi osservava. Ero sull’orlo di un abisso oceanico, il mio corpo senza peso sostenuto dall’acqua. Poi con uno scatto mi gettai il gambero in bocca e masticai, in fretta. Lui sorrideva mentre mi porgeva la grappa. La buttai giù con un brivido.

Ecco, visto? Non era così male. Il prossimo andrà meglio – disse.

Mi sfiorò le labbra con dita umide di pesce. – Ti ricordi? – chiese.

Io chiusi gli occhi.

Vieni con me – disse lui prendendomi per le mani.

Riaprii gli occhi e le labbra per baciarlo. C’era silenzio. Scalzai impaziente la camicia, gli toccai il ventre e dalla gola riarsa proruppe un gemito. Le dita frenetiche si aggrapparono alla sua cintura per averlo vicino, impastato, rovente. A terra c’era la sabbia, le onde salate mi spruzzavano il volto. Nudi, il corpo cedeva calore all’esterno. Le mie braccia si vestirono di squame argentate e i suoi occhi diventarono tondi. Cercai con la lingua le sue mani e le trovai palmate. Le labbra si chiusero, boccheggiavo. Tutto era enorme, non capivo, non pensavo non potevo respirare. Le mie membra d’argento vennero scosse da uno spasimo e lo vidi guizzare via, tra le onde. Mi dibattei sulla sabbia per raggiungerlo, spinsi con le pinne mi ferii con le conchiglie e sentii, finalmente, che la laguna mi avvolgeva d’acqua salmastra.

Già mi stavo perdendo quando lo vidi. Si allontanava tra le alghe filamentose e pensarlo era sempre più difficile, non conoscevo più il tempo ma sapevo che in pochi istanti avrei smarrito il ricordo. La mia mente sfuggiva tra le onde e il sale corrodeva la dolcezza. Pochi istanti e non sarebbe rimasto nulla, mi sarei abbandonata alla corrente.

Ma il mio ultimo pensiero, quello, sarebbe stato per lui.

Img: Fishby SaldaeanFarmgirl

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