Cose (belle) che normalmente non leggeresti

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Frequentare la #bottegadinarrazione porta a leggere cose (belle) che normalmente non leggeresti. Come, per esempio, ‘Vasi cinesi’ di Andrea Canobbio.

Di tutto il libro (corto) mi ha particolarmente colpito questo passaggio, perché con semplicità mi ha suggerito un’idea nuova, pulita, luminosa anche se un po’ ossessivo-compulsiva. Insomma, perfetta per me!

Vasi cinesi – Canobbio – Grand Hotel Shahàrazad

7. La Mecca, Arabia Saudita. Tra i pellegrini in visita alla pietra nera, nella folla che scorre verso la moschea, Claudio ha notato un bianco. Vorrebbe scantonare, ma non riesce a evitarlo. “La mia colpa è la gelosia. C’è chi non sopporta gli sguardi della gente su di sé; io non sopporto gli sguardi della gente sulle cose. Non sono mai stato geloso, nel senso tradizionale della parola, non ho mai sofferto se qualcuno riusciva a possedere qualcosa che era stato mio o che avrei voluto che fosse mio. Ciò che mi faceva male, era qualcosa di più: lo sguardo della gente sulle cose, il semplice posarsi degli occhi sul mondo. Appena ho scoperto qualcosa di mai visto (nel senso proprio), ho capito la differenza. Vedevo per primo e le cose non avevano ancora addosso quella patina di polvere, quella pellicola opaca che le avvolge quando troppi occhi sono scivolati su di loro. Vedevo per primo, e le cose brillavano ancora, come se il mio sguardo le illuminasse, come cristalli colpiti da raggi di luce. Ho iniziato a cercare le cose nascoste, e, abituandomi a viverci in mezzo, ritornare nel mondo di tutti diventava sempre più difficile. Sempre più difficile diventava trovare le cose mai viste: sguardi di occhi, telescopi, cineprese, macchine fotografiche, telecamere, attraversavano l’aria intorno. Giravo per il mondo per non essere costretto a dividere per più di un giorno le stesse cose, logore e sfiorite, con gli altri. Finché non sono arrivato in quest’oasi: ogni mattina il panorama si rinnova, le dune di sabbia cambiano forma con il vento, scrollandosi di dosso il peso degli sguardi dei beduini, e di quei pochi turisti svogliati che passano di qui”. Claudio lo interrompe: “Perché mi costringi ad ascoltare la tua storia?”. L’altro risponde: “Perché spero di liberarmi di lei raccontandola a te, spero di trasmetterti un po’ della mia angoscia, un po’ della sua persecuzione”.

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Qui si apre una serie di domande _per me_ interessanti, che riguardano sia il livello di verità nella storia sia la quantità di se stesso che l’autore mette nella storia.

Sono riflessioni relativamente nuove per me, ma sul livello di verità, che credo si collochi su una linea immaginaria tra i due estremi irraggiungibili di totale finzione e totale realtà, penso di volermi tenere circa nel mezzo, con la possibilità di spaziare un po’ qua e là.

Sull’inserire me stessa nella storia, invece, non provo il desiderio di andare oltre a un concetto del tipo ‘in un certo senso io sono tutti i miei personaggi’. Non provo, affatto, il desiderio di diventare io stessa un personaggio. Mi riservo ulteriori elaborazioni del concetto.


Il blocco dello scrittore (Fabbri editori), di Maura Parolini e Matteo Curtoni