#SOLORADIOTRE 2.0 – Ragazze che fumano

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– Sarà banale – disse Anna accendendo una sigaretta, – ma la sopravvivenza è più difficile per le ragazze che fumano.

– Nel senso che ci viene il cancro? – chiese Lara, scettica.

Anna corrugò un attimo la fronte. – Sì, anche, ma la pensavo in senso proprio… riproduttivo. Tipo sopravvivenza dei geni.

– Eh?

Anna accese la radio e versò del vino, cercando di mettere ordine nei pensieri.

– Allora ecco quello che ho pensato: è più difficile per le ragazze che fumano, che lavorano, che non vogliono appoggiarsi a un uomo, che non chiedono aiuto per mettere la valigia sulla cappelliera in treno, che sono creative e indipendenti.

Lara annuì lentamente. – E’ più difficile, probabilmente, ma non mi è ben chiaro il perché.

– Uhm – fece Anna, – probabilmente perché oltre alla difficoltà di trovare un uomo compatibile c’è anche da combattere quotidianamente contro La Società.

– Può darsi, può darsi benissimo – disse Lara sbevazzando vino bianco da quattro soldi. – Ma se il mondo si divide in ragazze che fumano e ragazze che non fumano io sono felice di essere una ragazza che fuma, voglio dire, anche se non fumassi.

– Eh?

– Vabeh va, mi hai incasinata con sto discorso. Sai che ho iniziato a fare acro yoga? – disse Lara strizzando gli occhi in un sorriso.

Anna sospirò. – E?

– E sono innamorata dell’istruttore e anche due partecipanti.

– Uhm… scommetto che non fumano…


Tutte le puntate: #SoloRadioTre

Image: radioby Fukari  – Radio Rai 3 Straming

FRONTIERA .1 – evasione

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Serie: FRONTIERA


Sapeva di avere poche probabilità di successo ed era terrorizzata all’idea di fallire, ma nessuno l’avrebbe mai chiamata vigliacca. Per questo e altri motivi, quando Maslov decise di evadere, Azura lo seguì.

Erano tutti accucciati dietro al cabinotto del teleriscaldamento. Sudavano freddo. Il loro non era un piano complesso. Maslov diceva sempre che i piani complessi fallivano, che non lasciavano spazio all’improvvisazione e Azura gli credeva. Ma stava morendo di paura e Maslov non tornava. Aspettava a ogni momento di sentire il fischietto dei secondini, immaginava vividamente la carica che avrebbe posto fine alla loro fuga patetica, spedendoli dritti in infermeria, o in obitorio. Sarebbero diventati parte della larga schiera di desaparecidos dei centri di identificazione.

Non aveva un orologio ma aveva avuto il tempo di pensare molte cose da quando erano scivolati fuori dal dormitorio e Maslov aveva detto di rimanere nascosti. Troppe cose, troppo tempo.

Quel pomeriggio sua madre l’aveva fissata con gli occhi lucidi. “Prendi Massi e portalo con te” aveva detto annuendo come una bambola a molla. “In Svezia offrono asilo politico, oggi è arrivata una ragazza nuova, l’ha letto su un opuscolo.”

Azura aveva deglutito, fissando lo sguardo sul volto oltre la rete. “Vi ammazzeranno, mà.”

L’annuire si era interrotto e gli occhi di sua madre si erano rialzati. “Può anche darsi” aveva detto. “Può darsi benissimo, ma non ci pensare.”

Un rumore vibrante l’aveva fatta staccare dalla rete. Una guardia rinfoderava il manganello scuotendo la testa.

Azura aveva annuito una sola volta, seccamente. Ma se non fosse riuscita a scappare avrebbero ammazzato sua madre, suo padre e anche lei. Forse sarebbero andati a cercare Massi e avrebbero ammazzato pure lui. Tutta la famiglia sulla pubblica piazza. Ma no, queste cose non le facevano. Non ancora, aggiunse ingoiando un sapore amaro.

“Ma dov’è Maslov?” sbottò Michelle. “Se quella merda russa ci ha fregati giuro che, che… ” s’interruppe per asciugarsi una lacrima.

Azura fece un respiro profondo. Era la più giovane lì in mezzo e l’unica femmina. “Stai molto calmo, Michelle. Lo sai, no? Adesso torna.”

“E se invece, se invece c’ha preso gusto e ci molla qui, e si fa bello con quello là e ci denuncia tutti, eh? C’hai pensato?” squittì.

Azura strisciò più vicino al compagno e gli afferrò la mandibola. “Se non la smetti di dire cazzate ti cavo gli occhi, chiaro?”

Fece ruotare lo sguardo sugli altri due componenti del gruppetto. Maslov li aveva scelti tra tutti, non li avrebbe mai abbandonati. Eppure non tornava. La rincuorava che gli altri non fossero nemmeno sfiorati dall’idea che fosse stato preso. Forse però doveva andare a cercarlo.

Sentì un rumore e schiacciò il ventre a terra. Ogni respiro smuoveva la polvere fine del cortile. Vedeva solo il blocco di cemento davanti a lei e con la coda dell’occhio quell’idiota di Michelle alla sua sinistra.

Una risatina querula. “Allora, mon petit? Ti sei divertito?”

Come sentì quella voce Azura si irrigidì, pronta a scattare. Era lui. Aveva un tono da puttana e quasi lo vedeva accarezzare il viso del secondino. Poi sentì un guaito e si alzò sulle ginocchia.

La guardia era accucciata a terra in posizione fetale e Maslov gli tirava calci nelle reni. “Sì, ti è piaciuto tanto, vero?” sibilava abbassandosi per piantargli una gomitata sul naso. “Ne è quasi valsa la pena, tutte queste settimane a farti lavoretti, mi sento ripagato.”

La guardia mugugnò qualcosa tra le labbra spaccate.

“Maslov, idiota, non l’ammazzare.” Azura lo raggiunse, prese il corpo per i piedi e iniziò a trascinarlo a ridosso del dormitorio, dove la luce azzurrina dei fari non arrivava. Michelle si affrettò a prenderlo per le braccia mentre Maslov si scioglieva i capelli e rifaceva la coda, strettissima.

Azura lasciò cadere il corpo senza un filo di rimorso, guardando distrattamente il bottone di metallo sulla tempia, che indicava un innesto cerebrale parecchio datato. Non emetteva alcuna luminescenza. Non era nell’interesse di un secondino che i suoi rapporti omosessuali finissero in diretta su eye-like. Fortunatamente.

Maslov le si avvicinò senza fretta. “Lasciami ancora un minuto d’intimità col mio amico, vuoi, chérie?” e si sbottonò i pantaloni.

“Che cosa fai?”

“Solo un minuto” disse, e iniziò a pisciare addosso al secondino che si contorceva debolmente.

Azura si voltò disgustata. “Sarai anche frocio ma resti un porco.”

“Non guardare, chérie” disse Maslov con un gemito di sollievo. “Sarai anche lesbica ma hai il cuore tenero.”

“Non sono lesbica” ringhiò lei tornando dagli altri. Michelle tremava come una foglia.

“Andiamo” disse Maslov. Avevano ognuno un pezzo di corda e una coperta. Azura lo guardò e trattenne il fiato, si voltò e trovò che Michelle e Andrea lo guardavano a loro volta. Poi Maslov uscì dal cono d’ombra legandosi la coperta in vita.

Azura lo seguì per prima, nella luce a testa alta. Doveva preoccuparsi solo di se stessa, cacciare dalla mente il pensiero dei genitori che avrebbero subito le ripercussioni, del fratello in pericolo, di Tina. Sapeva che la parte più difficile sarebbe stata arrampicarsi subito dopo il salto. Aveva pensato e ripensato quella scena con molte varianti e la maggior parte delle volte falliva. La peggiore era che le dita non reggessero la presa sulla rete metallica. Maslov, già in cima, scendeva per aiutarla e cadeva a terra morto, col cranio maciullato da una pallottola. Si fissò le mani lunghe ed esili. Avrebbero retto, maledizione, l’avrebbero portata oltre la rete, pensava, e Maslov scattò in avanti. Azura lo seguì.

Corse in campo aperto, oltre la protezione del dormitorio, sulla terra sabbiosa ricordando con improvvisa nitidezza le lezioni di atletica del liceo. Doveva coprire cinquanta metri piani e saltare come una maledetta lepre. Maslov la precedeva di poco, non vedeva gli altri, non si voltò. Nelle orecchie sentiva solo il suono frenetico del proprio respiro.

La rete le si materializzò davanti e saltò. Serrò le dita come tenaglie, ignorò il dolore e prese a trascinarsi in alto a forza di braccia. Percepiva Maslov che la incitava, doveva essere già in cima. Non era più veramente padrona del suo corpo, se lo fosse stata sarebbe caduta. Aspettava a ogni momento una pallottola nella schiena e si tormentava pensando al dolore dei suoi genitori, mentre una mano restava agganciata alla rete e l’altra scioglieva la coperta e la lanciava sul filo spinato. Si trascinò su e rotolò dall’altra parte, riuscì ad attutire la caduta e riprese a respirare. Maslov la fissava esultante. Gli altri stavano scavalcando in quel momento.

Restava il muro di cinta, ma era più basso della rete. E dall’altra parte c’erano amici ad aspettarli.


Image: Revenge by Zephyri

#SoloRadioTre 1.9 – Orgoglio e rinuncia

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– Sai – disse Anna, riflessiva. Si perse un attimo a fissare il fumo di sigaretta, come indecisa se continuare a dire quello che voleva dire o virare su una cazzata generica per cambiare argomento. – Penso di avere un problema d’orgoglio – continuò.

– In che senso – fece Lara accendendo la radio.

– Nel senso che per esempio non sarei disposta a fare dei sacrifici per tenere in piedi una relazione se non lo facesse anche lui, penserei che se ne può benissimo andare al diavolo. Invece ultimamente ho sentito da un’amica una storia abbastanza incredibile su come è iniziata la sua storia con l’uomo col quale convive. Mi ha dato da pensare.

Lara storse il naso. – Cioè adesso pensi che non farsi mettere i piedi in testa sia un problema d’orgoglio? – s’interruppe un secondo e guardò l’amica di sottecchi. – Stai cercando una giustificazione socialmente accettabile per richiamarlo?

Anna sospirò. – Ma no, hai ragione, ovvio che abbia ragione. Però quello che voglio dire è che… a volte mi sento come un poeta romantico dell’800, perso in un amore impossibile e perfetto congelato nell’eternità. Chiaro che poi rinsavisco, mi rendo conto di vivere nella società liquido moderna, per citare il vecchio Bauman, rinuncio all’amore romantico e mando al diavolo il disgraziato di turno in nome del rispetto per me stessa. Quello che mi chiedo però è se non manchi, a volte, all’anima, un amore disinteressato.

– Per quello devi fare un bambino.

– No grazie. Non avevamo del vino?

– Yep. Arriva.


Tutte le puntate: #SoloRadioTre

Image: radioby Fukari  – Radio Rai 3 Straming

HMS Coral ~ 7 ~ Sabbia in bocca

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Buio. I polmoni mi facevano ancora male. La gola e la lingua riarse dall’acido del vomito e dal sale.

Sabbia in bocca.

Affiorò alla mente il ricordo di un bagliore sfuocato, azzurro luminoso in basso e bianco latte tutto intorno. Ricordai anche che ero stato qualche tempo fermo, sdraiato su un fianco incapace di reagire. Poi uno scossone che mi aveva strattonato, quella costrizione lancinante al petto e il bagliore che si intorpidiva di arancio e rosa.

Tutt’intorno a me sentivo terra, terra umida scavata a formare una fossa larga meno di un uomo con le braccia aperte. Infiltrava umididità, odorava di acqua dolce. Avevo sete.

A volte si apriva un varco in alto, molto in alto. Si vedeva il cielo, ed era sempre notte. Compariva una sagoma, si sentivano delle voci lontane, e scendeva una coppa di acqua e una di poltiglia commestibile. Poi, con un fruscio ovattato, la botola di fango e sterpi veniva serrata là sopra.

Quel groviglio di vocali e consonanti singhiozzate che riuscivo a sentire a tratti, nella mia testa parlavano della mia prigione. Il suo nome, decisi, significava che era fatta per dimenticare la luce. E ricordare tutto il resto.

Ero un uomo, vivevo per il mare e il mare mi aveva tramutato in questo prigioniero. Spinto come un granchio morto a riva. Raccolto. A volte sembrano morti i granchi, ma sono ancora vivi. Ti chiedi fino a quando.

BRANCO .5 -Paura

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Serie: Branco


Eravamo accucciati attorno al fuoco, sentii un fruscio poco distante e pensai subito che Michè stesse origliando, ma Teo non se ne accorse e gli altri fecero finta di niente. Ricky era andato al campo tende, Kara sembrava sotto shock e gli altri ascoltavano attentamente, forse troppo attentamente. Per quanto riguarda me, la mia coscienza si perdeva nel folto del bosco e nell’immensità delle stelle. Le parole guerra civile, colpo di stato, resistenza, guerriglia, sostegno straniero, armi da fuoco producevano strane eco nella mia mente, invitanti e insidiose come il fuoco per la falena.

– C’è da sopravvivere nei boschi, ragazzi, e c’è da ammazzare i fascisti. Non sareste i primi ragazzi italiani a farlo e per come vanno le cose temo neanche gli ultimi.

Le armi sarebbero arrivate di lì a poco, l’Inghilterra aveva imparato dalla questione mediorientale che era meglio lasciar combattere gli autoctoni. E in quel caso, evidentemente, gli autoctoni eravamo noi.

– ‘Scolta Teo, io ci posso anche stare – dissi. – Ma te cosa fai?

Il nostro capo abbassò la testa e si passò una mano sui capelli. Non era tanto più vecchio di noi, poteva avere 28 o 29 anni.

– Penso che io e la Maria smetteremo di cercare un figlio e che faremo campeggio per un po’.

Poi successe l’impensabile. Teo estrasse un pacchetto di tabacco da un tascone dei pantaloni, prese un filtro, una cartina, si girò molto lentamente una sigaretta, mise la mani a coppa per proteggerla dal vento e l’accese. Nessuno di noi l’aveva mai visto fumare. Adesso sembra sciocco da raccontare, molto sciocco anche, ma vedere Teo che si fumava una paglia di fronte a noi ci diede la misura immediata di quanto tutto fosse serio, e i ruoli sociali cambiati, e il ruolo dell’autorità cambiato. E le priorità. Oh sì, le priorità erano cambiate, non ci rendevamo conto di quanto.


Img: Guerrilla Radioby myxomatosia